Baby bulli, pronta la task force per recuperarli ma non si presenta nessuno: il progetto si ferma

TREVISO - C’erano gli educatori, ben 4 tutti formati e con grande esperienza; cera una psicologa con già la prospettiva di un inserirne un’altra; c’era anche la struttura dove accogliere i ragazzini in sicurezza, negli uffici/ambulatori di viale D’Alviano ed erano anche stati predisposti contatti col mondo del volontariato e col Coni. Insomma c’era tutto: l’Usl 2 aveva predisposto una macchina perfetta per avviare il percorso di recupero dei ragazzini bulli intercettati dalla Questura.


C’era tutto, tranne una cosa: i ragazzini. Ma da gennaio, quando venne presentata la task-force destinata a prendersi cura dei minori “destinatari di provvedimenti amministrativi o di segnalazioni correlate a fenomeni di devianza giovanile”, in carico ai servizi sanitari non è arrivato nessuno. E il progetto di recupero per i giovanissimi che deragliano, che già a 14 anni si macchiano di reati come bullismo o atti vandalici, è stato un po’ alla volta messo da parte.

La macchina predisposta si è ben presto inceppata per un motivo molto semplice: quando le forze dell’ordine individuavano un giovanissimo responsabile di atteggiamenti violenti di qualsiasi tipo ma così grave da spingere il questore ad emettere un provvedimento come “l’ammonimento”, una sorta di preavviso prima della denuncia vera e propria, il diretto interessato veniva invitato ad andare all’Usl. Non costretto. E questo ha fatto la differenza: senza l’imposizione, nessuno ha intrapreso i percorsi di recupero tracciati dagli educatori col supporto degli psicologi e l’aiuto delle associazioni di volontariato e sportive. E il progetto si è esaurito.

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Le reazioni

Giovanni Tonella, segretario cittadino del Pd, è sorpreso dalla fine del progetto di recupero dei giovani. E sottolinea: «Serve dare maggiore forza agli strumenti educativi, anche rendendoli obbligatori, peraltro dentro un percorso educativo all’inizio ci possono essere resistenze da parte del soggetto da educare ma poi lo stesso soggetto comprende la sua forza di trasformazione positiva. Si tratta però di obbligarlo a farlo. Questi strumenti vanno potenziati non solo a valle del problema ma soprattutto in termini di prevenzione a monte».
Sulla necessità di investire di più sulla prevenzione è d’accordo anche il capogruppo dei Dem Stefano Pelloni: «la sicurezza non si costruisce soltanto quando arriva una pattuglia. Serve anche un investimento serio sulla prevenzione. L’Usl deve rafforzare il lavoro sulle dipendenze e sull’intercettazione precoce del disagio giovanile. E il Comune deve finalmente mettere in campo una vera educativa di strada, con operatori capaci di stare nei luoghi frequentati dai ragazzi, conoscerli, costruire relazioni e intercettare situazioni di fragilità prima che degenerino. Poi c’è una responsabilità ancora più direttamente comunale: dare ai ragazzi alternative vere».

Pelloni porta l’esempio di Bologna: «Proprio ieri a Bologna si è svolto un convegno nazionale dedicato alle esperienze delle Scuole Aperte, con amministrazioni, scuole e Terzo settore chiamati a confrontarsi su un modello che trasforma gli istituti scolastici in punti di riferimento per i quartieri anche fuori dall’orario delle lezioni. A Bologna il progetto coinvolge tutti i 22 istituti comprensivi e si rivolge in particolare ai ragazzi tra gli 11 e i 14 anni: le scuole vengono utilizzate anche nel tempo extrascolastico per sport, laboratori, attività culturali, musica, teatro, sostegno allo studio. Perché Treviso non può provarci? Abbiamo scuole, palestre, associazioni sportive, culturali, parrocchie e un Terzo settore ricchissimo».