Presley Gerber, il figlio del top model Cindy Crawford e dell'imprenditore Rande Gerber, sarebbe morto a seguito di una «presunta overdose». Il 27enne combatteva da tempo contro i problemi di salute mentale e le tossicodipendenze. Al momento della morte, avvenuta lo scorso 20 settembre, si trovava in una struttura di riabilitazione a Los Angeles. A confermarne il decesso sono stati i registri dell'ufficio del medico legale della contea di Los Angeles e, successivamente, un rappresentante della famiglia.
Le cause della morte e il ruolo dell’ibogaina
Si parla di un'apparente overdose. A riportarlo è il sito Tmz citando quanto è stato comunicato alla famiglia. Presley, che aveva 27 anni e faceva anche lui il modello, aveva parlato spesso negli ultimi anni delle sue battaglie contro le tossicodipendenze. Da marzo scorso, il giovane faceva uso di una sostanza allucinogina impiegata anche come trattamento contro le dipendenze e nel disturbo post traumatico. Si tratta dell'ibogaina, un alcaloide psicoattivo presente in alcune piante, in particolare nell'iboga (Tabernanthe iboga), arbusto africano usato nella medicina tradizionale dell'Antico Continente.
A renderlo noto, era stato lo stesso 27enne con un post su Istagram nel quale raccontava la sua esperienza.
Cosa sappiamo sull’ibogaina e perché può essere pericolosa?
«Questo allucinogeno è conosciuto da anni. Ma più recentemente è salito all'onore delle cronache per alcune ricerche scientifiche che indicavano una possibile utilità nel trattamento di alcune dipendenze», spiega all'Adnkronos Salute Riccardo Gatti, psichiatra, coordinatore del tavolo tecnico della Regione Lombardia sulle dipendenze. Dopo queste ricerche, continua Gatti, «hanno incominciato a sperimentarlo, a studiarlo e a provarlo negli Stati Uniti. Da quanto emerso dalle ricerche sembra provochi una sorta di reset a livello neuronale, togliendo poi il desiderio compulsivo di altre droghe. Ma c'è un problema: mentre gli studi sono ancora a livello sperimentale negli Usa, nello stesso tempo si registra una forte spinta, diciamo 'economica', per l'utilizzo degli allucinogeni per scopi diversi da quello di provocarsi uno stato di allucinazione. Per esempio si è visto che si inizia ad utilizzarli per il potenziamento delle capacità neuronali interattive, spesso facendo microdosing, cioè dosaggi molto limitati. E così ci sono persone che si accostano gradualmente a queste sostanze con la possibilità di una escalation che li rende dipendenti. E con i gravi rischi che ne conseguono». Il pericolo, in particolare, «è la morte per problemi cardiaci, perché l'ibogaina può provocare aritmie pericolose. E se la persona assume altri farmaci, come per esempio antidepressivi, aumenta il pericolo». In questo quadro il problema è che, attraverso i social, «le persone si trovano di fronte a post che “pubblicizzano” in qualche modo la sostanza per la capacità di potenziare le loro facoltà o per l'azione “positiva” sulla loro situazione di dipendenza. Ma con l'uso senza controllo, con il fai da te, si trovano in situazioni da cui non riescono a uscire, perché da una parte diventano dipendenti dalla sostanza, ma dall'altra rischiano parecchio per l'azione negativa che l'ibogaina ha sul cuore», evidenzia Gatti che - tuttavia - non commenta il caso specifico Presley Gerber e sottolinea «non sappiamo se ha utilizzato all'epoca questa sostanza perché faceva una cura oppure se l'ha presa autonomamente».
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