Ha raccontato la sua storia e li ha denunciati. Ha ricordato il suo sogno - al momento infranto - di far decollare la sua impresa, ma anche il dramma di trovarsi alle prese con clan e usura. Una voce isolata, decisamente fuori dal coro, quella di una donna. Mamma e imprenditrice, cittadina di Ponticelli, ma soprattutto parte civile nel corso del processo che chiama in causa alcuni presunti usurai in forza alla camorra di Ponticelli. Aula 413, sezione gup, la sua presenza non passa inosservata: una donna sola contro i presunti usurai. Sono quattro gli imputati, a loro volta ritenuti vicini ad una cosca radicata nella periferia orientale. Lei, la parte offesa, attende il suo turno. Udienza fissata alle 12, una mattinata di ansia inutile. L’udienza viene rinviata. Un difetto di notifica, falsa partenza. Prossima udienza il due novembre. Lei, la denunciante, è assistita dal penalista Alessandro Motta, per conto della associazione antiracket e antiusura guidata da Luigi Cuomo.
Il retroscena
Ma restiamo al caso della donna. Copione noto, quasi uno schema da manuale: è il 22 ottobre di quattro anni fa, quando l’imprenditrice chiede e ottiene un prestito da 10mila euro. Inutile dire che a partire da quel momento inizia una sorta di vortice. Ha spiegato la donna: «Ho restituito i soldi, ma gli interessi non finivano mai». Sentiamo cosa scrive il pm della Dda Battiloro: «Ha pagato 1200 euro al mese, fino alla restituzione del capitale (da novembre del 2022 al novembre del 2023), per un importo di soli interessi pari ad euro 156% annuo». Più nello specifico il corrispettivo degli interessi finito nelle mani degli usurai sarebbe pari a 15.600 euro.
Per gli inquirenti non ci sono dubbi: si tratta di un indotto dell’economia criminale, riflettori puntati sul clan Casella, finiscono a giudizio Fortuna Ercolano, Angelina Di Fiore, Salvatore Acampora, Anna Maria Fanzini. Tutti e quattro gli imputati avranno modo di replicare alle accuse nel corso del processo che si sta svolgendo dinanzi al gup del Tribunale di Napoli. Intanto, agli atti resta la denuncia di una imprenditrice: sognavo una vita normale, ho un figlio piccolo da accudire, ho provato ad autofinanziare il mio progetto di lavoro. Le cose sono andate male. Purtroppo sono caduta nella morsa dell’usura, era impossibile uscire. Per un anno ho mantenuto gli impegni, ho versato i soldi che mi sono stati consegnati a mo’ di prestito, ma non è stato sufficiente. È così che mi sono spinta a denunciare».
Il blitz
Ma non è finita. Il dramma va avanti all’indomani delle perquisizioni messe a segno dalla Procura di Napoli. Dopo il blitz, l’imprenditrice sa di essere uscita dal cono d’ombra del segreto istruttorio. Sa che gli indagati hanno letto il suo nome nel decreto di perquisizione, conoscono la sua storia. Accusati e accusatrice, presunti camorristi e parte offesa vivono a pochi passi l’uno dall’altro. Scenario insostenibile che spinge la donna a lasciare il quartiere. È costretta a dire addio all’abitazione ricevuta legittimamente dal Comune - grazie allo scorrimento della graduatoria -, a trasferirsi lontano dalla famiglia e dai propri interessi. Intanto, il processo fa fatica ad entrare nel vivo per i quattro imputati. Difesi - tra gli altri - dai penalisti Angelo Rapicano, Giuseppe Gallo, Marco Orlando, gli imputati sono pronti a replicare alle accuse che li vedono dinanzi a un giudice. Attesa snervante, specie per chi è alle prese con le emergenze quotidiane: «Ho abbandonato il mio lavoro e la mia casa - ha spiegato al Mattino - chiedo che lo Stato accudisca chi ha avuto fiducia nelle istituzioni. Guai isolare chi ha avuto la forza di denunciare abusi di stampo camorristico».