Fumogeni che tagliano l’aria, fischi sordi, il battito cadenzato sui tamburi e uno striscione che recita una verità semplice: «Il lavoro non si tocca». A Taranto la rabbia dell’indotto ex Ilva sfila per le strade in un giorno di sciopero totale e blocco del traffico. Dalla portineria imprese fino a Palazzo di Città, il corteo costeggia l’antico Acquedotto romano e passa sotto l’ombra pesante delle ciminiere. Un fiume umano fatto di volti tirati, elmetti da cantiere e cori da stadio. «Caro governo ascolta la voce degli operai: rispetto, rispetto», urla il megafono, intervallato dal grido disperato «Meloni, Meloni, vogliamo soluzioni!».
Non mancano i momenti di altissima tensione tra i manifestanti stessi quando c’è da decidere quali arterie viarie paralizzare, a testimonianza di un clima al limite del collasso. A dare corpo a questa protesta sono soprattutto le voci di chi sente la terra mancarsi sotto i piedi. Lavoratori che respingono l’etichetta di assistiti e rivendicano il diritto di vivere senza elemosina. Mentre la marcia avanza, la disperazione si fa storia personale. Adriano Osvaldi, della Semat Engineering, descrive senza filtri la condizione di chi lavora nell’indotto. «Siamo ormai in una situazione completamente disperata. Se prima il problema era il rischio di perderlo, il lavoro, ora c’è la concretezza di averlo già perso. Ci chiediamo – insiste l’operaio - cosa dobbiamo fare domani, che fine faremo noi dell’appalto. Parlo per me e per i miei colleghi: c’è gente che non riesce più a mettere un piatto a tavola, gente che, come me, non percepisce la cassa integrazione da tre mesi perché l’azienda ha finito l’indennizzo diretto. La burocrazia è quella che è. Siamo nell’incertezza più totale e non vogliamo starci: abbiamo famiglie e bambini da mantenere».
Arrivati sotto Palazzo di Città, il presidio punta a coinvolgere l'intera comunità. «Non vogliamo essere manutenuti dallo Stato, vogliamo lavorare», tuona un operaio tra i fumogeni. Poi l’amarezza verso le istituzioni: «Cari politici di tutti i colori, voi non conoscete la parola dignità, solo noi operai sappiamo cosa significa. Per colpa vostra la città ci chiama assassini e noi non lo siamo». Gregorio Gennarini, di Ecologica spa e delegato Filcams Cgil, rimarca l’emergenza sociale di queste ore. «Siamo davanti al Comune di Taranto – si sfoga - per far capire che questa è una questione di sopravvivenza. Ad oggi non abbiamo avuto alcuna garanzia occupazionale o tutela dal governo. Ancora una volta i più deboli siamo noi, i lavoratori dell’appalto. Tante persone stasera torneranno a casa e non sapranno cosa dire ai propri figli, di ciò a cui dovranno rinunciare e delle difficoltà che dovranno affrontare. La politica prenda coscienza e si adottino tutte le misure necessarie. Io sono avanti con gli anni e non mi manca molto alla pensione, ma mi preoccupo per i ragazzi con i mutui e con i bambini piccoli, a cui domani mattina non sapranno se potranno comprare il minimo necessario per la loro felicità».
Tra i manifestanti sfila anche Stefania De Virgilis, Rls di Ilva in As, venuta a portare la voce e la vicinanza dei lavoratori dello stabilimento. «Siamo qui – chiarisce - a chiedere certezze per il nostro futuro. Sapendo che l’Ilva sarà chiusa, vogliamo qualcosa di concreto: un lavoro qualsiasi, l’importante è lavorare. Siamo qui soprattutto per dare solidarietà ai colleghi dell’indotto. Non siamo diversi da loro: chiediamo un aiuto alle istituzioni per questi giovani e per le loro famiglie. Il lavoro al momento è perso e non c’è nient’altro». L’obiettivo dichiarato non è difendere la produzione di uno stabilimento spento, ma «salvaguardare il futuro di migliaia di lavoratori e abbracciare la città per superare insieme le difficoltà».
Si protesta per la dignità e per la salute, un binomio inscindibile a Taranto. «Non vogliamo la cassa integrazione, vogliamo vivere dignitosamente e difendere la salute», grida un altro manifestante dal megafono. Tra la folla il senso di ingiustizia è profondo, unito alla presa d'atto che la salute non può essere merce di scambio. Giacomo Mastro, lavoratore della Rib del Gruppo Evoluzione Ecologica, analizza la drammaticità del momento. «Questa protesta serve a dare voce a chi non ha risposte dopo la decisione sulla chiusura dell’area a caldo. Taranto - ricorda - è la città con più vertenze, un territorio martoriato dove l’occupazione non c’è e oggi ci ritroviamo con 2500 licenziamenti negli appalti. Il lavoratore subisce ancora il ricatto tra lavoro e salute. È giusto fermare uno stabilimento che purtroppo porta alla morte, non contestiamo la decisione della magistratura». Mastro invoca una risposta «per gli appalti: non ci interessa la produzione, vogliamo la tutela del reddito e un futuro. C’è amianto nello stabilimento ed è stato messo per iscritto: devono riconoscere il lavoro usurante. Quando a Roma stanno seduti sulla poltrona devono preoccuparsi di noi. Chiediamo scusa, ma abbiamo famiglie e dobbiamo sfamare i nostri figli».