Debiti pubblici, Usa e Francia guidano la corsa, Mentre il debito/Pil dell’Italia scenderà dal 137,9% del 2026 al 135,6% nel 2031

La rappresentazione del mondo che esce dai Rapporti economici e finanziari del Fondo monetario internazionale (Fmi) diffusi in queste ultime ore è soprattutto quella di un pianeta sempre più pieno di debiti e con una crescita economica sempre più lenta nei Paesi avanzati. I debiti pubblici, già alti e in aumento pressoché inarrestabile, appaiono evidenti nelle loro tendenze dai dati storici e previsionali del Fmi, che si spingono fino al 2031.

Ma sui mercati finanziari anche i debiti privati costituiscono ormai una fonte di crescente preoccupazione, principalmente i debiti legati ai giganteschi investimenti delle Big Tech nelle infrastrutture dell'Intelligenza Artificiale. Nei giorni scorsi Les Echos («Una bomba da 3.000 miliardi? Come il debito dell'IA si è infiammato negli ultimi due anni», 12 ottobre 2026) ha sottolineato il fatto che i timori circa l'esistenza di una bolla dell'IA sono accentuati dall'accelerazione del livello di indebitamento dei giganti del cloud e dell'IA per finanziare i nuovi progetti nei data center.

I numeri, in effetti, sono impressionanti. Il livello di indebitamento dei Big della Silicon Valley, quasi inesistente fino a un paio d'anni fa, sta esplodendo, avendo superato i 500 miliardi di dollari nei soli primi nove mesi del 2026. Goldman Sachs stima che gli investimenti consacrati all'IA (per accrescere le capacità di calcolo con nuovi processori, server e data center) potrebbero raggiungere i 1.200 miliardi l'anno prossimo, con la massiccia emissione sui mercati di ulteriori titoli per finanziare tale debito.

Sono denari necessari per far funzionare modelli come quelli di OpenAi e Anthropic. Secondo Les Echos, solo quest'anno Alphabet, Amazon, Meta e Microsoft hanno previsto di destinare circa 700 miliardi di dollari agli investimenti di capitale. In America, inoltre, anche il debito pubblico galoppa a briglie sciolte. La concorrenza tra i colossali debiti privati dell'IA e i crescenti debiti pubblici nazionali sta facendo esplodere i tassi di interesse sui mercati obbligazionari mondiali, colpendo soprattutto i Paesi con i conti statali più dissestati, Francia e Stati Uniti in testa. Tutto ciò accentua la cosiddetta fligth-to-quality, cioè il ribilanciamento dei portafogli degli investitori internazionali verso le obbligazioni governative ritenute più sicure, come i Bund tedeschi. Così, gli spread sui bond decennali si ampliano di giorno in giorno. Anche l'Italia è naturalmente sotto pressione, ma Parigi lo è molto di più di Roma: infatti, lo spread transalpino rispetto a noi negli ultimi giorni sta viaggiando intorno ai 30 punti base, un livello mai visto in passato.

Il capovolgimento

Mentre, appena tre anni e mezzo fa, a fine 2022, era l'Italia a pagare 160 punti base in più sui propri titoli pubblici decennali rispetto a quelli francesi. Dunque, la situazione si è completamente capovolta ed è la Francia, ormai, la nuova "pecora nera" del debito pubblico europeo.

Nei soli primi nove mesi del 2026 i titoli pubblici francesi sul mercato sono cresciuti di 159 miliardi di euro rispetto ai livelli di fine dicembre 2025, contro un aumento di 78 miliardi (poco meno della metà) dello stock dei titoli pubblici italiani in circolazione (dati Agence France Trésor e Mef). Con una ulteriore importante differenza tra i due Paesi. E cioè che lo Stato italiano è in avanzo primario già dal 2024 ed emette bond per pagare una crescita del proprio debito pubblico dovuta ormai quasi esclusivamente soltanto alla spesa per interessi e ai residui costi arretrati dei superbonus edilizi in fase di esaurimento.

Mentre la Francia deve coprire, oltre agli interessi che stanno viepiù aumentando a causa della sua perdita di credibilità, anche un disavanzo primario dello Stato che, secondo il Fmi, nel 2026 sfiorerà da solo il 3% del PIL. Secondo gli ultimi dati, il Fmi prevede che il rapporto debito/Pil degli Stati Uniti raggiungerà nel 2031 il 145% (la stima di aprile era 142,1%).

Usa e Francia, morsa dei debiti

A sua volta, il debito della Francia, con molto ottimismo da parte del Fmi, dovrebbe portarsi nel 2031 al 123,6% (la stima di aprile era 120,7%), mentre il debito dell'Italia scenderà al 135,6% (era 136,1%). Già nel 2030 il debito/Pil degli Stati Uniti supererà quello dell'Italia: un cambio di paradigma storico. Dal 2019 al 2031 il debito italiano risulterà aumentato solo di 1,7 punti percentuali; quello degli Stati Uniti invece di 36,2 punti e quello della Francia di 25,4 punti! Nel 2031, il rapporto debito/Pil di quattro Paesi del G7 (Giappone, Stati Uniti, Italia, Francia) sarà più alto di quello della Grecia, ormai definitivamente salvata dal rischio fallimento (anche con l'aiuto dell'Italia), mentre quello del Canada sarà a sua volta quasi uguale a quello greco e anche il debito della Cina sarà più alto di quello di Atene. Citiamo queste previsioni a lungo termine del Fmi giusto per inquadrare verso che tipo di mondo futuro ci stiamo dirigendo e perché sia fondamentale che l'Italia continui a mantenere il più possibile in ordine i suoi conti, per non essere "contagiata" dalle imminenti probabili crisi finanziarie di altri Paesi.

L'Italia può farcela se, proseguendo nella linea del rigore degli ultimi anni, sarà capace di rimanere anche nei prossimi anni l'unico Paese del G7 con un avanzo statale primario costantemente positivo (già dal 2024-2025 e poi anche dal 2026 fino al 2031, secondo il Fmi), assieme al Regno Unito (che, un po' ottimisticamente, dovrebbe fare altrettanto dal 2028 al 2031). Stati Uniti e Francia, invece, perfino nel 2031 avranno ancora bilanci primari negativi.

La crescita rallenta ovunque ma l'Italia tiene il passo. Negli ultimi giorni abbiamo letto sulla stampa nazionale di tutto e di più sulla (presunta) bassa crescita del nostro Paese, sul (presunto) crollo del potere d'acquisto e dei consumi delle famiglie italiane e sulle (presunte) colpe delle nostre piccole e medie imprese nel frenare la (presunta) bassa crescita economica e la (presunta) scarsa competitività dell'Italia. Una disinformazione economica diffusa non degna di un Paese avanzato come il nostro e che i numeri veri smentiscono.

Le prospettive

Infatti, nonostante le difficoltà del momento, nonostante la lentezza dei salari reali a rimontare l'inflazione causata dalla guerra russo-ucraina e nonostante il "caro carburanti" generato dalla crisi in Medio Oriente le statistiche ufficiali Istat, Eurostat e dello stesso Fmi dimostrano che: 1) l'aumento del Pil pro capite dell'Italia dal 2019 ad oggi è stato secondo solo a quello degli Stati Uniti nel G7 e tra le maggiori economie dell'Eurozona; 2) i consumi delle famiglie italiane sono quelli cresciuti di più in termini reali tra le maggiori economie europee negli ultimi tre anni di inflazione; 3) il potere d'acquisto delle famiglie consumatrici italiane, dal 2022 all'anno "scorrevole luglio 2025-giugno 2026, nonostante una flessione nell'ultimo trimestre, è aumentato in termini reali di 33,1 miliardi di euro; 4) l'Italia ha superato il Giappone nell'export e ciò grazie soprattutto al contributo di circa diecimila imprese medie e medio-grandi del Made in Italy (con 50-1.999 addetti) che hanno una produttività del lavoro più alta delle corrispondenti imprese tedesche.

I dati del Fmi, inoltre, indicano che la crescita economica è ormai molto lenta in quasi tutte le economie avanzate, intorno all'1% in termini di Pil totale e anche meno in termini di Pil per abitante. Ciò appare evidente, in particolare, nei Paesi del G7, con la sola eccezione degli Stati Uniti, dove il PIL totale cresce ogni anno del 2% circa, grazie anche ad una esplosione del debito pubblico che nessun altro Paese al mondo potrebbe permettersi.

Chi sostiene che l'economia italiana cresce poco comparativamente alle altre economie (un vecchio luogo comune davvero duro a morire) non tiene conto di queste tendenze internazionali ed è smentito dalle serie storiche e anche dalle ultime previsioni del Fmi. Infatti, il Pil pro capite dell'Italia, come abbiamo più volte sottolineato su queste colonne, è quello cresciuto di più nel G7 dal 2019 al 2025, dopo quello americano. Inoltre, le previsioni del Fmi indicano che, anche sull'intero arco 2019-2031, la graduatoria della crescita cumulata del Pil pro-capite rimarrà la stessa, con primi gli Stati Uniti (+23,1%), seconda l'Italia (+13,6%) e dietro Paesi come Francia, Germania, Regno Unito e Canada staccati da noi di 5-7 punti percentuali. In più, come abbiamo già detto, l'Italia avrà conseguito questo risultato con un modestissimo incremento del suo rapporto debito/Pil, appena 1,7 punti percentuali in più dal 2019 al 2031. Mentre il debito/Pil degli Usa crescerà dal 2019 al 2031 di 36,2 punti percentuali, cioè 21 volte di più del debito italiano.

© RIPRODUZIONE RISERVATA