Un reportage a Cuba, una terra che ama e conosce come le sue tasche. Poi all'improvviso l'inferno. Tanto più drammatico e struggente quando la vita devia all'improvviso dal suo corso, trascinandoti nel baratro quando meno te lo aspetti.
Alessandro Di Battista è ricoverato da ieri all'ospedale de L'Avana, dove verte in condizioni gravi. L'unica buona notizia che giunge in Italia in serata è che ha ripreso conoscenza e ha parlato direttamente con i medici. All'Avana è stato trasferito in ambulanza dall'ospedale di Santa Clara, a circa 260 km dalla Capitale, dove gli sono state fornite le prime cure in seguito a un mal di testa fortissimo e a un malore che lo ha privato delle forze. Ma pare che già nel piccolo nosocomio nel cuore de El Caimàn Dibba fosse arrivato in condizioni critiche.
Tanto che il ministro degli Esteri Antonio Tajani è stato informato nella notte dall'ambasciatrice italiana a Cuba, Simona De Martino, arrivata al Santa Clara per avere informazioni immediate e assicurare il necessario raccordo con le autorità e la struttura sanitaria cubana.
Al pomeriggio fonti di governo hanno fatto trapelare di seguire il caso con la «massima attenzione» e di «un aereo sanitario disponibile» e pronto a partire alla volta dell'Avana per riportare Di Battista in Italia. Ma non è affatto semplice perché bisogna prima stabilizzarne le condizioni di salute, escludere che l'ex deputato grillino, 48 anni compiuti lo scorso 4 agosto, corra rischi affrontando un volo di ben 11 ore. «L'eventuale trasferimento sarà quindi valutato dai medici sulla base delle condizioni cliniche del paziente», è quel po' che filtra da Palazzo Chigi.
Dove resta silente la premier Giorgia Meloni, che, al netto delle indiscusse distanze politiche, a Di Battista è legata da un rapporto d'amicizia maturato tra i banchi di Montecitorio, quando erano due giovani deputati pronti a incrociare le spade in Aula ma a condividere un caffé in buvette, tra sfottò e punzecchiature rigorosamente in romanesco. Un rapporto rimasto saldo nel tempo, alimentato su Whatsapp sulle stesse note, ricalcando l'antico spartito.
Mai nel cono d'ombra
«Prego per la sua salute: forniremo a lui e ai suoi familiari tutta l'assistenza necessaria», ha dichiarato Tajani quando la notizia ha iniziato a rimbalzare sui siti, diventando presto virale in Rete. Perché Dibba - benché odi sentirsi chiamare così - non è mai entrato nel cono d'ombra, ma ha continuato ad avere un posto al sole nonostante non fosse più in Parlamento dall'estate 2015, in politica un'era geologica. Non per lui, complice la presenza fissa in tv - opinionista del salotto ambitissimo di Giovanni Floris - i podcast per il Fatto Quotidiano, i reportage dall'America latina per TvLoft e l'impegno politico, che lo aveva reso dal 2023 voce e anima dell'associazione Schierarsi, con cui aveva riempito teatri parlando di politica, impegno attivo e le vecchie battaglie che non aveva mai sconfessato. Per lui pubblico pagante, ogni tappa sold out.
La tentazione
Da qui le voci di un imminente ritorno in politica, una mina vagante capace di far deflagrare il fronte progressista rosicchiando voti decisivi soprattutto al M5S, a cui aveva voltato le spalle nel 2021 in polemica con la scelta del Movimento di sostenere il governo Draghi. Sempre più insistenti i rumors su Di Battista potenziale ago della bilancia, soprattutto se lo Stabilicum, Melonellum per i detrattori, dovesse andare a dama. In molti non avevano esitato a bollarlo come il Vannacci del centrosinistra, l'uomo capace di far deragliare il treno della vittoria.
Del resto la tentazione di tornare in campo non lo ha mai abbandonato in questi anni, portandolo ad accarezzare anche l'idea della corsa per il Campidoglio, a sindaco di Roma. A frenarlo soprattutto la volontà di tutelare la famiglia, il timore di una vita divorata dall'impegno politico che può non lasciare requie.
A luglio, nei giorni in cui si rincorrevano le voci di un suo ritorno sulla scena, era in Grecia con la famiglia - la compagna Sahra, i due figli Andrea e Filippo di 9 e 6 anni - da cui si allontanava solo per i viaggi in solitaria in America Latina, per scrivere quei reportage che lo avevano portato nel 2011 ad incrociare la strada di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Da qualche anno Dibba, scooterista convinto, aveva venduto l'inseparabile SH per evitare ogni rischio: «ho due figli piccoli, posso farne a meno». Giramondo sin da ragazzino, in viaggio si sentiva al sicuro, in America Latina a casa e di casa. A tradirlo non è stato lo zaino, ma la salute. E adesso a Roma, che decida o no di fare l'ago della bilancia, tutti lo aspettano. Sarà che il suo M5S era quello del "né di destra e né di sinistra", ma stavolta Dibba, ops Di Battista, mette davvero tutti d'accordo.
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