Domenico Caliendo, dal Monaldi 960mila euro ai genitori, manca la cifra a carico del cardiochirurgo Oppido

La cifra doveva rimanere protetta dal segreto e invece è finita impressa, nero su bianco, in una deliberazione dell’8 ottobre dell’Azienda ospedaliera dei Colli e pubblicata nell’albo pretorio: novecentosessantamila euro. È questa la somma concordata al termine di un’estenuante trattativa stragiudiziale tra i vertici del Monaldi e la famiglia di Domenico Caliendo, il bimbo di appena due anni morto il 21 febbraio in seguito al trapianto di un cuore tragicamente compromesso dal ghiaccio secco durante il trasporto da Bolzano. Ma guai a considerare quella cifra come un punto di approdo per una delle pagine più dolorose della sanità campana.

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Come chiarisce senza giri di parole l’avvocato Francesco Petruzzi, legale dei genitori del piccolo, la scelta di sottoscrivere quell’accordo risponde a una precisa ed elaborata strategia processuale: «I 960mila euro pattuiti sono al netto delle spese legali e, soprattutto, non comprendono i danni derivanti dal reato di falso in cartella clinica, né le spese medico-legali per l’incidente probatorio, stimate in alcune centinaia di migliaia di euro». Fra queste, circa 70mila euro destinati al collegio peritale composto da quattro specialisti. Un’esclusione tutt’altro che casuale, che mantiene aperte le porte della giustizia penale: «Questa scelta - spiega Petruzzi - ci consente di poterci costituire parte civile nell’eventuale processo per omicidio colposo, cosa che altrimenti ci sarebbe stata preclusa. In sostanza, il resto del risarcimento lo chiederemo direttamente agli imputati in aula, a cominciare dal cardiochirurgo Guido Oppido».

L’ombra del falso 

Un percorso giudiziario ancora tutto in divenire e che incrocerà le date cruciali del 12 e 13 novembre prossimi, quando davanti al gip Mariano Sorrentino sarà celebrato l’incidente probatorio, ma che trova già una nitida anticipazione nelle motivazioni con cui l’ottava sezione del tribunale del Riesame di Napoli la settimana scorsa ha rigettato l’appello del dottor Oppido, confermando nei suoi confronti la misura interdittiva della sospensione dalla professione per dodici mesi, annullando invece la sospensione per la seconda operatrice Emma Bergonzoni. Per i giudici della Libertà, l’operato del primario, difeso dai penalisti Vittorio Manes e Alfredo Sorge, sarebbe stato guidato da una condotta «spregiudicata e ostinata», mossa dalla «coscienza e volontà di confezionare un documento che non rappresentava conformemente alla realtà gli avvenimenti accaduti nella sala operatoria del Monaldi». L’obiettivo? Evitare di incorrere nell’accusa di aver anticipato l’espianto del cuore nativo del bimbo prima di aver visionato l’organo in arrivo dal Trentino. Un punto cruciale su cui si sono infranti i tentativi della difesa di ridisegnare la cronologia dell’intervento. Secondo le indagini dei carabinieri del Nas, coordinate dai pm Giuseppe Tittaferrante e dall’aggiunto Antonio Ricci, i dati orari parlano chiaro: la circolazione extracorporea venne avviata alle 14.02 e l’aorta fu clampata alle 14.18, mentre l’équipe con il box del nuovo cuore fece ingresso in struttura alle 14.23, arrivando in sala alle 14.26, quando il torace del bambino era ormai vuoto.

La ripartenza 

Mentre si profilano all’orizzonte le possibili azioni di rivalsa che l’Azienda dei Colli potrebbe intentare nei confronti dell’ospedale di Bolzano, il mangement dell’ospedale napoletano allontana l'ombra del discredito. A margine della conferenza stampa di inaugurazione della nuova Unità operativa complessa per il Trapianto di cuore, la direttrice generale dell’Azienda dei Colli, Anna Iervolino, ha rivendicato con forza la tenuta della struttura, spazzando il campo da ipotesi di contraccolpi assistenziali: «Dai dati in nostro possesso - spiega - non registriamo né un calo dei ricoveri, né una contrazione delle attività. Abbiamo attraversato un momento estremamente difficile e doloroso, ma il bisogno di salute dei cittadini non si ferma e le attività del Monaldi non si sono mai interrotte. L’ospedale c’è, ha reagito bene agli scossoni mediatici ed è pronto a continuare a scrivere la storia della sanità campana». Un rilancio operativo reso possibile anche dall’asse con l’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, i cui specialisti sono presenti nei reparti del presidio napoletano h24, sette giorni su sette, per riscrivere protocolli e garantire interventi ad alta complessità nella massima sicurezza. Segnali di una ripartenza doverosa, che non placa però la sete di giustizia della famiglia Caliendo.