Aveva già vinto due Targhe Tenco, sempre per il miglior album in dialetto, come deciso dalla giuria di giornalisti: nel 2009 «Napoletana», nel 2012 per «Black tarantella». Ora Enzo Avitabile, 71 anni, napoletano di Marianella, terra del santo cantautore Alfonso Maria de’ Liguori, riceverà, invece, il Premio Tenco alla carriera, tra il 22 ed il 24 ottobre all’Ariston di Sanremo, insieme con Manuel Agnelli e Afterhours, Frankie Hi-NRG, Max Manfredi e Paola Turci.
Ormai abituato ai premi Enzo?
«No, questo è speciale, mi rende orgoglioso, segnala tutta la mia opera, il mio percorso. Mi dicono che la motivazione parla della canzone che viene dal basso, dal repertorio. Del mio linguaggio. Ma credo anche che insieme alle parole che ho detto sia stata presa in considerazione anche la mia musica. Non rappresento - nessuno può farlo da solo - la scena napoletana, ma di sicuro le appartengo, vengo da una città dove anche negli anni più militanti ed integralisti le parole hanno sempre avuto un suono, non hanno mai ignorato il ritmo, il corpo, la ritualità del concerto. E sento di appartenere a quella Napoli che è radice e non prigione, città aperta e non chiusa su sé stessa».
Solo tre artisti napoletani prima di te hanno vinto il Premio Tenco alla carriera: Edoardo Bennato (2024), Renato Carosone (1996), Roberto Murolo (1982). A cui, se vuoi, si può aggiungere quello come operatori culturali a Roberto De Simone (1979) e Massimo Ranieri (2017).
«E potrei essere meno che felice di essere in cotanta compagnia? Attenzione, manca il migliore di tutti noi, Pino Daniele, che ha vinto tre Targhe Tenco, ma non ha fatto in tempo per il Premio Tenco alla carriera solo perché se n’è andato troppo presto, stavano aspettando l’anno giusto per darglielo».
Che esibizione prepari per l’Ariston?
«Acustica. Quando andai per “Black tarantella” c’erano i Bottari e Pino, facemmo “È ancora tiempo”, ci divertimmo assaje. Questa volta voglio fare una cosa più intima, più minimale, voglio cantare “Don Salvato’” e “Tutte eguale song’ ‘e criature”».
Nello stesso teatro sei stato in gara al festivalone nazionalpopolare nel 2018: in coppia con Peppe Servillo cantasti «Il coraggio di ogni giorno».
«E tu mo’ vuo’ sape’ se ho il coraggio di tornare al Sanremo di Stefano De Martino?».
Proprio così.
«Non mi manca il coraggio, ma il progetto, il mood. E a Sanremo non puoi andarci senza averci ben pensato. E io ho da poco iniziato a registrare un disco in Africa, con musicisti africani, ma voglio continuare a lavorarci con calma».
Un premio alla carriera stimola flashback. I cinque incontri più importanti della tua carriera?
«Per fortuna sono decine gli incontri che mi hanno dato tanto. Ma, se proprio devo... Il primo è quello con Pino: all’inizio della nostra carriera e poi... E quando dico Daniele dico anche James Senese, non riesco quasi a separarli. Ogni sera che faccio un omaggio all’uno il tributo va anche all’altro».
Proseguiamo.
«Quando ho suonato con James Brown ho realizzato il sogno del ragazzino che copiava il funky, il soul, il rhythm and blues. Poi direi Battiato, con lui potevo parlare di spiritualità e di Sud oltre che di musica. E De Gregori, così rigoroso da regalarmi sorrisi e tenerezze. E Jovanotti: quando sono al suo fianco sul palco torniamo tutti e due agli inizi della nostra carriera, al ritmo, al groove, alla tribù che balla. E non importa che non veniamo dalla stessa tribù, importa che le nostre tribù sappiano e vogliano stare insieme. In fondo è il messaggio che canto e suono da sempre. Pensa a quel treno di “Soul express”. Una sola classe, nessun biglietto, carrozze aperte per tutte le razze, per tutti i tipi: umani, extraterrestri e dei; vecchi giovani e bambini; volti strani ed ubriaconi...».