Le imprese di Taranto, che con l’ex Ilva lavorano da tanti anni, non possono restare fuori dalla nuova fase che si sta cercando di costruire per l’azienda, ma devono partecipare. Puntare solo sull’area a freddo del siderurgico (treni nastri, finitura nastri, treno lamiere, laminazione, ecc.) perché l’area a caldo (altiforni e acciaierie) si avvia a essere out a fine ottobre per ordine della Corte d’Appello di Milano rischia, in un periodo non lungo, di portare alla scomparsa di tutta la fabbrica, area a freddo compresa. E comunque, se l’attuale area a caldo deve fermarsi, ci deve anche essere un impegno serio dello Stato volto a bonificarla e a metterla in sicurezza, nonché a consentire una «nuova» area a caldo con i forni elettrici, che, rispetto agli altiforni, generano molte meno emissioni. Perché solo così, tenendo insieme produzione primaria di acciaio e lavorazione a valle, l’equilibrio industriale ed economico si tiene e l’ex Ilva può avere un rilancio.
Muove da queste premesse la lettera che Vincenzo Cesareo, CEO di Comes Spa, ha inviato alla premier Meloni, ai ministri Urso (Imprese) e Foti (Affari europei, Coesione e PNRR), e ai presidenti di Federacciai, Gozzi – che è anche il «regista» della cordata di acciaieri italiani candidatasi per l’ex Ilva – e di Federmeccanica, Bettini. Cesareo avanza una proposta e mette sul tavolo un milione di euro come contributo della sua azienda, anche nell’intento di sollecitare analogo impegno da parte delle altre realtà del territorio.
Cesareo – che è anche presidente della Camera di Commercio ed ha guidato anni fa Confindustria Taranto – è a capo di un gruppo industriale con circa 700 dipendenti. Opera in diversi campi sia in Italia sia all’estero e ha anche un’Academy aziendale per la formazione. Nel 2025 ha espresso un fatturato di 90 milioni di euro (82 nel 2024) e per il 2030 l’obiettivo è fatturarne 150. Attualmente porta avanti un investimento di 15 milioni relativo alla ristrutturazione di un vecchio sito industriale a Taranto e sta sviluppando una linea di elettrolizzatori di ultima generazione per produrre idrogeno.
«La recente manifestazione di interesse avanzata da una cordata nazionale, orientata esclusivamente all’acquisizione dell’area a freddo dello stabilimento e tesa a lasciare allo Stato l’onere di gestire la questione dell’area a caldo con il relativo impatto sociale, impone una riflessione profonda e non più rinviabile – scrive Cesareo –. Ritengo che un’ipotesi che separi nettamente il “freddo” dal “caldo” si rivelerebbe insostenibile e priva di prospettiva industriale per Taranto e per il Paese per diversi e precisi motivi. Fra questi evidenzio la strategicità della filiera integrata, il rischio altissimo di fallimento progettuale e un impatto socio-economico potenzialmente devastante.
Spogliare Taranto della produzione primaria significa privare l’industria manifatturiera italiana di un asset sovrano strategico, rendendo di fatto il nostro Paese un mero trasformatore e rendendolo vulnerabile alle oscillazioni dei mercati internazionali. L’area a freddo – scrive Cesareo a Governo, Federacciai e Federmeccanica – non può prescindere da una produzione a caldo efficiente, moderna e vicina. Il disimpegno rispetto al caldo porterà, nel mio giudizio, nel medio periodo, all’inevitabile declino dell’intero sito produttivo. Inoltre, la chiusura o il ridimensionamento drastico dell’area a caldo provocherebbe un disastro occupazionale che il territorio tarantino non è in grado di assorbire in assenza di un tessuto economico diversificato già pienamente sviluppato».
Secondo Cesareo, «l’imperativo morale ed economico deve essere quello di salvare l’area a caldo, trasformandola tecnologicamente, com’è ormai improcrastinabile, affinché smetta di essere una ferita ambientale e divenga, all’opposto, l’impalcatura che alimenta l’area a freddo, garantendo acciaio italiano sostenibile e di alta qualità, nonché una buona occupazione. In questo scenario – scrive – non appare accettabile l’esclusione o l’assenza dell’imprenditoria locale da processi decisionali di tale portata. Le imprese del territorio, che da oltre sessant’anni convivono con lo stabilimento e che, come l’azienda che rappresento, hanno continuato a investire ingenti risorse proprie per promuovere l’innovazione e la transizione ecologica di questa terra, hanno il diritto di entrare in partita e il dovere di contribuire alla soluzione dei problemi».
Quindi l’annuncio di Comes: «Questo impegno non rappresenta solo una dichiarazione di principio. Il consiglio di amministrazione di Comes Spa, in seduta straordinaria, ha formalmente deliberato di mettere a disposizione fino a 1 milione di euro per partecipare a una cordata imprenditoriale finalizzata all’acquisizione e al rilancio dell’ex Ilva, accanto ad altri partner industriali locali che condividano una visione sistemica e di lungo termine. Non chiediamo scorciatoie con un simile impegno – rileva Cesareo –, ma anzi il riconoscimento del valore strategico del lavoro e degli investimenti fatti sul campo. Le imprese del territorio devono essere coinvolte nella definizione dei piani industriali del futuro assetto produttivo». «Io voglio essere interpellato – dichiara Cesareo –, ritengo di averne il diritto e per conquistarmelo sono anche disposto ad investire proprio perché vivo qui. Vorrei quindi discutere con chiunque, inteso lo Stato, il piano industriale per capire: se è solo l’area a freddo, che ne facciamo di quella a caldo? Sarà lo Stato a fare forno elettrico e DRI? Non ho preclusioni verso nessuno nella discussione».