Le aziende di Aigi, associazione dell’indotto ex Ilva, preparano i licenziamenti collettivi – si ipotizzano un migliaio di persone – e ieri un’altra impresa ha chiesto la cassa integrazione ordinaria per 55 dipendenti: è la Peyrani spa. I primi scossoni cominciano ad attraversare l’indotto e l’appalto ex Ilva in vista della fermata dell’area a caldo disposta dalla Corte d’Appello di Milano e che avverrà entro fine ottobre (90 giorni dal 27 luglio). A meno che la stessa Corte, in questo mese, non accolga le istanze di sospensiva del decreto di fermata, istanze già presentate dalle amministrazioni straordinarie di Ilva e di Acciaierie d’Italia.
«Siamo in attesa di ricevere una convocazione dal Governo rispetto all’impegno che ha assunto la premier Giorgia Meloni in occasione dell’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo – dichiara Biagio Prisciano della Fim Cisl Taranto –. L’impegno è che agli inizi di settembre sarebbero arrivate le convocazioni per il Tavolo Taranto e per la vicenda ex Ilva. La situazione è drammatica, come abbiamo denunciato da tempo. Noi stiamo ricevendo richieste di cassa integrazione e di licenziamenti collettivi. Il Governo deve intervenire, prendersi la responsabilità e farci capire quale strada si percorre».
«In fabbrica c’è un clima surreale – afferma Vito Pastore della Uilm Taranto – e novità non ne abbiamo. Girano voci secondo le quali potrebbe arrivare una convocazione a breve, ma per ora non sappiamo niente. Nello stabilimento è tutto fermo, si lavora a bassissimo regime, e la gente la vedi spaesata. Vai sugli impianti e ti dicono: sì, sto lavorando, ma tra meno di due mesi me ne vado a casa».
E Michele De Palma, segretario generale Fiom Cgil, parlando a Radio 1 nella trasmissione «L’Italia in diretta», rilancia la decarbonizzazione dell’acciaio e afferma: «Non capiamo perché si continui ad inseguire un bando di gara di cui leggiamo le quotidiane dichiarazioni da parte del ministro Urso circa nuovi concorrenti, senza nessuna certezza di solidità finanziaria e di piani industriali. Continuiamo a pensare che il Paese abbia bisogno di produrre acciaio, di essere autonomo e di farlo attraverso la decarbonizzazione garantendo gli occupati che ci sono. La responsabilità che in questo momento si assume il Governo – sostiene De Palma – è quello di chiudere la produzione di acciaio nel nostro Paese con migliaia di persone che finiscono per strada».
Invece, aggiunge, «potremmo essere l’unico Paese europeo in grado di realizzare la decarbonizzazione alimentando le verticalizzazioni degli altri stabilimenti» e producendo «tutti i tipi di acciaio necessari a fornire l’industria metalmeccanica italiana».
Sul fronte dell’indotto-appalto, Nicola Convertino, presidente Aigi, annuncia che «i licenziamenti stanno arrivando. Questione di giorni. Stiamo raccogliendo noi le adesioni e di sicuro, per adesso, sono tre-quattro imprese che ce li hanno già comunicati. Siamo ad un migliaio di addetti coinvolti. Sono imprese grandi, lo devono fare ed attuare tutte le cautele per arrivare pronte al 28 ottobre. Sono realtà che non hanno chiesto la cassa integrazione poiché non intravvedendo possibilità di riavvio dell’area a caldo, stanno attivando le procedure di licenziamento collettivo. Ma il 30 per cento del problema si sta già verificando se consideriamo i mancati rinnovi dei contratti di lavoro a tempo determinato».
Inoltre, ci sono aziende che ricorrono alla cassa integrazione ordinaria. Ieri la Peyrani spa, che si occupa di manutenzioni, l’ha comunicata ai sindacati per 55 unità, «anche se ci hanno detto – afferma Mimmo Amatomaggi della Uilm Taranto – che non tutti andranno in cig. La cassa parte da lunedì 7 per 13 settimane. Non abbiamo firmato l’accordo con la Peyrani poiché non ha inteso riconoscere i ratei completi – 13esima, ferie e Par – ma solo quello della tredicesima».
E prima della Peyrani è stata la Itelyum-Castiglia, che al porto scarica le materie prime per l’ex Ilva, a sollevare il problema occupazionale per 70 unità, di cui 16 a tempo determinato.
Infine, sul fronte giudiziario si è completata l’azione legale per cercare di bloccare la fermata dell’area a caldo. Dopo Ilva, anche Acciaierie d’Italia – si veda Quotidiano di ieri – ha presentato il ricorso straordinario in Corte di Cassazione contro il decreto dei giudici di Milano ed entrambe le società hanno anche inoltrato l’istanza di sospensiva alla Corte d’Appello.
Scrivono gli avvocati di AdI, Luisa Torchia e Marco Annoni: «La Corte d’Appello, disponendo la sospensione immediata delle attività dell’area a caldo per profili del tutto diversi da quelli considerati dal decreto del Tribunale, ha integralmente sostituito la propria misura inibitoria a quella disposta dal Tribunale». Così è «venuta meno la possibilità per AdI di avvalersi della misura rimediale indicata dal Tribunale per evitare la sospensione delle attività di produzione dell’acciaio».
Infatti, argomentano i legali, se a febbraio il Tribunale di Milano ha disapplicato – ritenendole carenti – alcune prescrizioni ambientali dell’Aia del 2025 per l’ex Ilva, ha «anche statuito che entro il termine del 24.8.2026, AdI avrebbe potuto evitare di dover sospendere l’attività di produzione dell’acciaio chiedendo un’integrazione dell’Aia 2025».
Invece a luglio la Corte d’Appello «ha integralmente superato il decreto del Tribunale, adottando una pronuncia del tutto incompatibile con quanto disposto dal giudice di primo grado».
Contestato anche il riferimento alla presenza di amianto negli impianti da parte della Corte d’Appello. «Contrariamente a quanto ritenuto dal decreto – dicono gli avvocati di AdI –, la gestione dell’amianto non rientra nel perimetro regolatorio dell’Aia».