BELLUNO - Ultimatum della Regione sull’ex miniera di Salafossa. La Regola di Presenaio ha tempo 60 giorni, cioè fino alla fine di settembre, per “sigillare” gli ingressi. L’ex miniera di piombo e zinco, un tempo colosso dell’industria estrattiva nazionale e oggi gigante addormentato tra i territori comunali di San Pietro e Santo Stefano, torna prepotentemente al centro dell’attenzione pubblica. E non solo per il docufilm che sarà presentato al cinema Piave, nel pomeriggio di sabato 5 settembre.
LA NOTIFICA
Tre settimane fa, la Regione del Veneto ha notificato un’intimazione perentoria alla Regola, titolare dei terreni, esigendo la chiusura immediata e definitiva di tutti gli accessi ai sotterranei. Il motivo? Le visite, documentate anche sui social media.
RISERVE ESAURITE
La storia di Salafossa si è interrotta operativamente nel 1986 e ufficialmente il 16 settembre dell’anno successivo, quando l’allora Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato (oggi Dicastero delle imprese e del made in Italy) decretò la cessazione delle attività per l’esaurimento delle riserve economiche del giacimento, dichiarando l’area interessata libera e disponibile ad ogni effetto di legge. Da quel momento, le imponenti pertinenze minerarie, comprese le strutture esterne, la centralina idroelettrica e chilometri di vuoti sotterranei ereditati dalla Società mineraria e metallurgica di Pertusola spa, passarono, come previsto dalla specifica normativa, nella piena disponibilità e custodia della Regola di Presenaio, proprietaria del suolo. Nel 2008 la Regione impose l’obbligo di precludere gli ingressi con apposite cancellate.

L’ISPEZIONE DECISIVA
La situazione è precipitata a seguito di un sopralluogo ispettivo effettuato, nella primavera del 2025, dai tecnici regionali della Direzione difesa del suolo e della costa, alla presenza di un rappresentante della Comunione familiare. La relazione che ne è scaturita descrive uno scenario inquietante: le gallerie, abbandonate al loro destino da quarant’anni, versano in condizioni di stabilità precarie. All’interno si registrano locali distacchi di roccia, crolli e pericolosi “sfornellamenti”, ovvero cedimenti verticali delle volte che possono inghiottire improvvisamente il terreno soprastante. Una trappola mortale, insomma, priva di qualsiasi opera moderna di consolidamento o messa in sicurezza, tanto che un anno fa la Regola era stata invitata a provvedere a idonei interventi sugli imbocchi per impedire l’accesso alla rete di gallerie minerarie, da considerarsi a tutti gli effetti inagibili, a qualsiasi visitatore, previa occlusione degli accessi o al ripristino delle cancellate, tenendo conto della situazione intrinseca di ciascun varco.
BASTA RINVII
Nel recente documento si legge che allo stato attuale non risulta pervenuto alla Regione alcun riscontro, mentre continuano gli accessi, documentati sui social media, e le organizzazioni di visite di gruppo. La lettera, datata 28 luglio e firmata dal direttore regionale, ingegner Vincenzo Artico, non lascia spazio a interpretazioni o ulteriori rinvii. Constatato il silenzio della proprietà dopo il primo sollecito, la Regione ha fatto scattare un vero e proprio ultimatum: la Regola di Presenaio ha 60 giorni di tempo per realizzare e completare gli interventi di occlusione degli imbocchi o per ripristinare i cancelli. Al termine dei lavori, l’ente regoliero dovrà inviare a Venezia una sintetica relazione tecnica corredata da prove fotografiche per ogni singolo accesso sigillato. L’atto veneziano, inviato per conoscenza anche alle amministrazioni comunali di Santo Stefano e San Pietro, non ha solo una valenza burocratica, rappresentando un richiamo alla responsabilità civile e penale. La Regione ricorda infatti chiaramente che, in qualità di proprietaria e custode dei beni patrimoniali, la Regola risponde direttamente dell’incolumità pubblica di eventuali visitatori. In caso di incidente, l’assenza di un formale e invalicabile divieto di accesso potrebbe esporre a gravissime conseguenze legali.