Dolore e riflessioni dopo il femminicidio di Lorena Isceri. La tragica morte della giovane originaria di Squinzano lanciata dal suo ex compagno un cavalcavia lungo la A1 ha lasciato dietro di sé lo strazio dei familiari, delle comunità nelle quali era cresciuta e viveva, di un Paese intero scosso dall’ennesimo episodio di violenza ferale ai danni di una donna. Un’emergenza continua, un lungo elenco di vittime che pare inarrestabile, lo sdegno che non basta più e la necessità avvertita di intervenire non soltanto attraverso l’inasprimento delle pene ma anche e soprattutto nei processi di crescita di ragazzi e ragazze. Se all’indomani dell’omicidio di Lorena Isceri è stato il padre Franco a chiedere che la politica faccia il suo oltre gli schieramenti e le posizioni, nel giorno del funerale della vittima di Federico Vella, morto suicida anche lui dopo avere tolto la vita alla manager pugliese, sono risuonate le parole del presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, che ha rilanciato la necessità di insegnare a scuola l’educazione affettiva e alla sessualità.
Il presidente Decaro
«Non esistono ragioni per ammazzare. L'amore e la violenza non sono conciliabili. Non c'è provocazione, mancata denuncia o tradimento che possa giustificare, o anche solo motivare, un femminicidio. Dobbiamo lottare perché nelle case – ha scritto sulla sua pagina Facebook - ma soprattutto nelle scuole e fin dai primi anni di età, si insegni ai nostri figli cosa vuol dire amare. Mi batterò per questo, voglio che nelle scuole pugliesi e italiane si insegni l'educazione all'affettività e alla sessualità. C'è ancora chi dice che il problema si risolve formando "uomini forti" che difendano "donne fragili". Una teoria secondo cui la felicità di una donna dipende dall'uomo, come fosse una sua proprietà. Niente di più sbagliato». La conclusione di Decaro: «È dovere di uno Stato moderno formare donne libere. E uomini che imparino a rispettare e ad amare quella libertà. Anche quando l'amore finisce».
La dirigente del "Salvemini" di Bari
Parole nette, chiare attorno alle quali si è aperto il dibattito. Soprattutto tra chi rappresenta la scuola e la vive ogni giorno. «Quelle all’affettività e alla sessualità sono tra le cosiddette educazioni “trasversali” - le parole di Tina Gesmundo, dirigente scolastica del Liceo Scientifico “Salvemini” di Bari – perché quando si educano i ragazzi alla convivenza civile e alla socialità e al rispetto dell’altro, sono questi gli obiettivi primari della scuola, esse passano attraverso tutte le discipline curriculari. È quanto opportuno e necessario parlare dei diversi fenomeni che mandano in crisi i rapporti con l’altro, l’uso della violenza, il bullismo, il femminicidio attraverso una serie di moduli, sportelli e con l’ausilio di professionisti, in particolare gli psicologi. D’altro canto – aggiunge – è fondamentale che i docenti maturino sempre più concrete forme di sensibilità e ascolto nei riguardi dei ragazzi. La classe per la sua stessa natura di comunità educante deve sapere e potere affrontare questi argomenti, senza creare materie nuove. E di questo devono essere consapevoli le famiglie che spesso vedono la scuola soltanto come l’istituzione che giudica i loro figli». Gesmundo analizza poi la questione legata al consenso dei genitori introdotto dal Ddl Valditara quando a scuola si devono trattare argomenti legati alla sfera affettiva e sessuale dei ragazzi. «Serve il nulla osta per parlare della omosessualità nel mondo greco o quando si parla dell’apparato riproduttore femminile e maschile? Il rischio è – la conclusione – la demonizzazione dei contenuti per rendere ancora più difficoltoso il percorso di crescita delle giovani generazioni. Educazione è “trarre fuori”, non ha bisogno di permessi».
La dirigente del "Pitagora" di Bari
Sul tema interviene anche Laura Castellana, dirigente scolastica dell’ITT “Panetti Pitagora”, sempre a Bari. «L’educazione affettiva e quella sessuale devono assolutamente trovare spazio all’interno della progettazione didattica di un Istituto Superiore. E le scuole vanno in questa direzione, orientandosi verso l’organizzazione di attività di incontro e confronto che partecipano ad aumentare il livello di consapevolezza nei ragazzi. È irrinunciabile che l’istituzione scolastica partecipi alla formazione di una corretta relazione con l’altro sesso. Ecco quindi – aggiunge Castellana – che si organizzano tavole rotonde e approfondimenti con autori, rappresentanti delle forze dell’ordine e del mondo dell’avvocatura e della magistratura in modo che gli alunni possano vivere esperienze concrete di crescita attraverso le testimonianze dei vari ospiti». Castellana rimarca: «Tutte le materie insegnate a scuola partecipano alla costruzione dell’educazione affettiva e sessuale e allora ecco che la questione legata al consenso preventivo delle famiglie non deve assumere valore esplicito. Del resto non è che per insegnare le disequazioni in Matematica è necessario chiedere il permesso. La scuola deve partecipare – aggiunge - a una formazione quanto più completa possibile dello studente, che è il cittadino di domani, è chiaro che non si debbano esprimere giudizi di valore ma l’obiettivo primario non deve mai essere messo in discussione». «I nostri ragazzi sono spesso in balìa di modelli negativi – conclude Castellana – i docenti devono instillare principi e modelli sani accogliendo quelle che sono le fragilità dei ragazzi, i quali di questo non devono mai sentirsi in colpa».
Il docente del "Bachelet" di Copertino
Interessanti, infine, le parole di Mattia Frisenda, docente di Italiano e Storia dell’IISS “Bachelet” di Copertino, in provincia di Lecce. «Siamo dinanzi a temi tanto complessi quanto delicati quando parliamo di educazione affettiva e sessuale – sottolinea – ed è giusto che le famiglie diano il loro consenso quando si tratta di affrontare tematiche così complicate. Ecco che il Ddl Valditara ha segnato in questo senso una strada importante che va rispettata e seguita». Frisenda dice ancora: «Rispetto a determinati percorsi di educazione affettiva, i genitori devono essere informati, così da partecipare in maniera attiva, accanto alla scuola, alla crescita dei nostri giovani. Fondamentale è il ruolo del docente, che non è soltanto colui il quale impartisce lezioni. Deve essere in grado di sapere ascoltare, cogliere le difficoltà del ragazzo e portarlo ad aprirsi. L’insegnate è guida – conclude – e ha necessità di rifarsi alla maieutica di Socrate, alla necessità del dialogo e del confronto».
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