Per una milizia di integralisti come gli Houthi potrà essere sicuramente uno smacco doppio: a fronteggiare i loro attacchi nel Mar Rosso, dove in questi giorni il clima si è ulteriormente infuocato, c’è una donna. Italiana, capelli lunghi e neri, un’ufficiale della Marina militare con grande esperienza alle spalle: comanda lei, il capitano di fregata Sarah Arrighi, la nave Bergamini e i 160 militari che ci sono a bordo. In quelle acque aveva già navigato per un anno e dal 10 agosto il timone è passato nelle sue mani. Sarà lei, dunque, a decidere quando far fuoco, quando sarà arrivato il momento di ingaggiare uno scontro e azionare le armi per difendere i mercantili che attraversano lo stretto di Bab el-Mandeb e che miglia dopo miglia rischiano di finire nel mirino di droni e missili fuori controllo. Oggi dalla plancia di comando la situazione appare tranquilla, ma da queste parti la situazione precipita in poco tempo. E nei due anni di lavoro a queste latitudini i marinai italiani hanno già dovuto azionare i cannoni più di una volta. Ora i miliziani dello Yemen si sentono invincibili: la conquista delle isole porta con sé la minaccia di paralizzare il traffico marittimo. E l’escalation è dietro l’angolo.

LA MISSIONE
L’Italia è ben attrezzata. E non lontano dallo stretto che gli Houthi vogliono trasformare in un altro inferno per le petroliere c’è anche la base a Gibuti. Dove oltre alla fregata Bergamini sono schierate anche due cacciamine: il Rimini e il Crotone, rigorosamente al maschile come sono abituati gli uomini di mare, arrivati in zona per essere pronti a bonificare Hormuz dalle trappole esplosive piazzate dall’Iran ma che da quelle parti non hanno mai potuto operare. Il Bergamini è un gigante, quasi settemila tonnellate di acciaio e tecnologia: un’unità costruita per combattere e capace di impedire agli altri di combattere. Ha radar e sensori per vedere arrivare la minaccia, missili Aster 15 e Aster 30 per la difesa aerea, un cannone da 127 millimetri e uno da 76, i missili antinave Teseo, i siluri e gli elicotteri. A bordo un equipaggio che non abbassa mai la guardia perché la differenza, in questo mare, può essere racchiusa in pochi secondi: un puntino che compare sul radar, una traiettoria che cambia, un oggetto che accelera verso un cargo. Prima bisogna capire cosa sta arrivando, poi decidere se è una minaccia, infine eventualmente aprire il fuoco.
I PRECEDENTI
Quando c’è stato da sparare gli italiani non si sono tirati indietro. E da quando è iniziata l’operazione europea Aspides è già successo più volte. Il 2 marzo 2024 il cacciatorpediniere Caio Duilio abbatte un drone dei ribelli quando è ancora a sei chilometri di distanza. E pochi giorni dopo ne distrugge altri due. Ad aprile è la volta della fregata Virginio Fasan, che intercetta e colpisce un altro drone lanciato contro un mercantile. Quattro episodi che hanno trasformato una missione sulla carta difensiva in un vero confronto armato. E proprio questa è la particolarità di Aspides: le navi europee non hanno il mandato per andare a colpire le basi Houthi nello Yemen, ma devono essere pronte a farlo quando le bombe hanno come bersaglio le petroliere sotto scorta.
IL QUADRO
Ora però la situazione è molto cambiata. I miliziani ribelli hanno allargato il loro controllo sulla costa occidentale dello Yemen, sono arrivati a Mokha e Dhubab e hanno conquistato Perim, l’isola che si trova nel cuore del canale di Bab el-Mandeb. Una lingua di terra apparentemente minuscola, ma piazzata nel punto in cui il Mar Rosso si apre verso il Golfo di Aden. Non significa che gli Houthi possano chiudere fisicamente lo stretto, ma significa avere nuove posizioni da cui osservare il traffico e costruire una minaccia sempre più vicina alle rotte commerciali. Per una fregata italiana che deve proteggere quei mercantili, è una differenza enorme: la costa non è più soltanto il luogo da cui può arrivare un attacco, ma diventa un fronte molto più vicino e difficile da ignorare.
LA TRINCEA MARITTIMA
Il problema è che i combattenti, i peggiori nemici dell’Arabia Saudita, hanno già dimostrato di non aver bisogno di affondare una nave per vincere la loro battaglia. Basta rendere il passaggio abbastanza pericoloso da convincere gli armatori a cambiare rotta. E se il traffico evita Bab el-Mandeb, deve scendere attorno all’Africa, allungando il viaggio verso Suez di migliaia di miglia e facendo esplodere costi, tempi e premi assicurativi. Per l’Europa è una questione economica, per la Marina è una questione militare: tenere aperto quel corridoio significa mettere una nave da guerra fra i mercantili e chi vuole fermarli. L’Italia ha scelto di farlo con alcune delle sue piattaforme più sofisticate. Prima il Duilio, poi il Fasan e il Federico Martinengo, successivamente il Luigi Rizzo e ora il Bergamini. Il Luigi Rizzo, durante il suo impiego più recente, ha scortato 44 mercantili. E l’aiuto dei due cacciamine può essere prezioso. Non sono lì per inseguire i droni, ma per garantire un’altra capacità in un’area dove anche il fondo del mare può diventare una trappola. La forza navale di Aspides resta europea e il comando di tutta la missione Ue oggi affidato al contrammiraglio greco Vasileios Gryparis, che però guida tutti i mezzi da terra, dalla Grecia. Non proprio in prima linea. Sul fronte del mare, in plancia di giorno e di notte, c’è invece il capitano di fregata Sarah Arrighi, alla quale la Difesa ha affidato un compito difficile: restare dentro una guerra senza cercarla. Difendere senza attaccare, ma essere pronta a sparare.
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