Con l'inverno in Europa ormai alle porte, il prezzo del gas ha toccato un nuovo picco. Ieri mattina l'indice Ttf di Amsterdam ha raggiunto quota 97,29 euro al megawattora. Un livello che non si registrava dal 2022, cioè nel pieno del conflitto tra Russia e Ucraina, che ridusse le forniture dal Mar Baltico.
Per la cronaca, sempre al mercato di Amsterdam, in serata il prezzo del gas è poi sceso a 95,81 al megawattora: comunque in aumento rispetto al giorno precedente del 2,13 per cento e a un valore ancora insostenibile per la manifattura europea.
Tra l'altro le quotazioni del gas hanno viaggiato in controtendenza in una giornata largamente positiva sui mercati mondiali. Il Brent, il petrolio del Mare del Nord, ha registrato un calo dell'1,2 per cento, chiudendo a 115 dollari al barile. Stesso trend anche per il Wti, il crude americano: -1,85 per cento, attestandosi a 101,36 dollari al barile.
Bene anche le Borse: a Piazza Affari il Ftse Mib ha registrato un +1,29 per cento, il Dax a Francoforte un +1,03, il Cac40 a Parigi un +0,98 per cento, a Londra il Ftse 100 un +0,65 per cento. Giornata in positivo anche per i listini americani: a Wall Street il Dow Jones ha chiuso a +0,28 per cento e il Nasdaq +0,82 per cento.
Sempre ieri si è fermata la corsa dell'euro sul dollaro, quotandosi a 1,1187 contro il biglietto verde (-0,15 per cento).
Gli analisti si interrogano se dietro l'attuale crescita delle quotazioni del gas ci siano soltanto motivazioni di natura geopolitica - la guerra in Iran o gli attacchi ucraini alle strutture energetiche russe - i ritardi nella ricomposizione delle scorte oppure il fatto che il mercato sta già scontando la vicinanza con l'inverno.
Che però potrebbe essere più mite rispetto al recente passato per effetto di "El Niño". Sicuramente non aiutano le notizie contrastanti che arrivano dal Medioriente. Ieri mattina la Cnn ha reso noto che le forze americane attendono entro i prossimi quattro giorni ordini dal presidente Donald Trump per lanciare nuovi attacchi sull'Iran.
Che rallenterebbero i trasporti di gas e petrolio attraverso Hormuz. Per la cronaca, dallo stretto passa verso l'Europa e l'Asia circa un terzo del metano esportato a Occidente e Oriente rispetto ai volumi precedenti all'inizio del conflitto.
Il tutto mentre il Qatar, uno dei massimi venditori al mondo di Gnl e che ha visto ridurre la sua produzione del 60 per cento, sta aumentando il ricorso a importazioni di gas naturale liquido statunitense.
Sempre a livello geopolitico qualcosa in più si capirà oggi a Mosca, dove si tiene l'ottavo vertice dei capi di Stato e di governo del Forum dei Paesi Esportatori di Gas (Gecf).
Soprattutto c'è interesse ai messaggi che manderà al mondo Vladimir Putin, il quale ha in programma cinque incontri bilaterali a margine del summit: vedrà sia il presidente iraniano Masoud Pezeshkian sia l'emiro del Qatar Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani.
Al riguardo, ieri, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ieri ha sottolineato che «quando l'1 gennaio verrà a mancare il gas russo perché ci saranno le sanzioni, andremo a 100, 110, 120 euro a megawattora.
E quando saremo lì, io ricordo solo una cosa a questo Paese; nel 2022, quando arrivammo a 130 euro a megawattora, abbiamo messo a terra 22 miliardi per poter sostenere le imprese con del credito d'imposta. Quindi io dico: prepariamoci».
Richiami così netti non si registrano al momento dalle cancellerie europee. Dove però è forte la preoccupazione sulla difficoltà a ricostruire le scorte di gas, molto utilizzate durante la prima fase del conflitto tra Usa e Iran per contenere i prezzi energetici.
L'Europa registra stoccaggi medi intorno al 75 per cento, comunque inferiori di quindici punti rispetto alle medie invernali degli ultimi cinque anni.
Su questo versante l'Italia sembra molto più virtuosa: la scorsa settimana il Gas Infrastructure Europe ha comunicato che scorte nel nostro Paese si attestano al 90,03 per cento a 183,14 Twh, raggiungendo il focus di riempimento con una settimana di anticipo rispetto all'avvio della stagione più fredda dell'anno.
La produzione
In questo scenario si stanno studiando soluzioni non solo di natura diplomatica, ma anche industriale: cioè per aumentare la produzione di gas oltre il perimetro del Medioriente. L'Eni ha annunciato l'avvio della fase esecutiva dello sfruttamento del progetto offshore Cronos, al largo di Cipro.
Dall'America poi è arrivata la notizia che Eqt Corporation, il maggiore produttore indipendente di gas naturale del Paese, ha comunicato l'acquisizione di Range Resources per circa 13 miliardi di dollari, creando un colosso nel campo del Gnl con un valore complessivo del perimetro aziendale superiore a 50 miliardi di dollari al lordo dell'indebitamento.
L'operazione sarà completata nel primo trimestre 2027 anche in attesa del via libera delle assemblee dei rispettivi azionisti e delle autorità competenti.
L'acquisizione segue però un obiettivo di sistema: unire i due importanti produttori del bacino degli Appalachi, dove si trovano i grandi giacimenti di shale gas Marcellus e Utica, garantendosi una produzione di 93 miliardi di metri cubi annui (indispensabile sia per la domanda interna legata ai data center sia per quella estera) e riserve da poter sfruttare e sviluppare almeno per oltre 30 anni di attività.
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