Giovani, quando il futuro non è una promessa ma una minaccia

Pubblicato il: 26/10/2026 – 7:11

di Francesco Bevilacqua*

“Siamo quelli che avete giurato di proteggere”, urlavano ritmicamente, sabato scorso ai poliziotti in tenuta antisommossa, gli studenti alla testa del corteo. In un altro fra i tanti video che circolano in queste ore, un’insegnante incitava ingenuamente i poliziotti a solidarizzare con i manifestanti. In un altro ancora un poliziotto travisato definiva propagandistiche le misure del governo. In un altro ancora, qualcuno faceva osservare che gli autori di lanci di pietre, molotov e bombe carta contro le forze dell’ordine rimangono sempre, stranamente impuniti. Alla fine di un’altra giornata di tregenda ecco i numeri ufficiali: 4292 persone identificate, 371 fermi, 87 denunce, 9 arresti. A Milano niente scontri di piazza. Altrove tafferugli più o meno intensi, ma questa volta non si sono verificati assalti di negozi.
I cronisti insistono sulla prevalenza di giovanissimi fra i protagonisti di questa nuova ondata di proteste contro le politiche governative in Italia come in Europa. A quei giovani, politici e opinionisti chiedono di fare i bravi, di comportarsi bene, di essere ubbidienti. Come se i nostri ragazzi fossero tutte persone risolte, educate, in grado di distinguere il bene dal male, capaci di comprendere l’aumento, vertiginoso e continuo, del costo della vita, in un’economia che – abbiamo sempre detto loro – è miracolisticamente regolata dal mercato. Quella vita che gli stessi personaggi in giacca e cravatta, tailleur e camicette di seta fanno apparire, dai loro ruoli superpagati, come una sfavillante serie di Netflix.
È dalla crisi dei sub-prime del 2007 – proseguita, pur tra alti e bassi, sino ad oggi, passando per l’attentato alle Torri Gemelle, per le varie guerre di vendetta o di esportazione della democrazia condotte da USA e alleati, per i cambiamenti climatici, le migrazioni di massa, la pandemia, la guerra in Ucraina, l’incendio del Medioriente – che le giovani generazioni vivono in un continuo stato d’ansia, inadeguatezza, impotenza, incertezza. Siamo di fronte ad una “crisi permanente”, che produce disuguaglianze economiche e sociali sempre più incomprensibili. Con le istituzioni nazionali e mondiali inerti (se non anche conniventi) dinanzi alle prepotenze di coloro che costituiscono l’élite che detta legge sui mercati e detiene i nuovi strumenti di educazione di massa: i media. È in questo contesto che i giovani contestatori del 2026 si agitano. Ed è in questo costante stato d’ansia, di intontimento, di confusione che vivono coloro contro i quali si sono ingiustamente scagliati i nuovi benpensanti.
Nel 2003 uscì un libro dal titolo emblematico: “L’epoca delle passioni tristi” di Miguel Benasayag e Gérard Schmit. Un libro sulla psicologia sociale dei giovani d’allora, che calza a pennello, nonostante più di vent’anni trascorsi, per comprendere i giovani, odierni perturbatori del sogno occidentale. Nel terzo capitolo di quel libro, i due autori, psicoterapeuti, spiegano: “La nostra società ha prodotto una specie di ideologia della crisi, un’ideologia dell’emergenza che, lentamente e in modo impercettibile, si è insinuata a ogni livello, dallo spazio pubblico alle sfere più intime e private, fino a costituire, in ognuno di noi, il modo di pensarsi come persona. […] Tutta la società occidentale si è fondata […] su una credenza […]: il futuro era promesso come una specie di redenzione laica, di messianesimo ateo. Ma questa promessa non è stata mantenuta. Ecco perché la crisi attuale è diversa dalle altre a cui l’Occidente ha saputo adattarsi: si tratta di una crisi dei fondamenti stessi della nostra civiltà”.
Se ci facciamo caso è proprio così: siamo convinti che le nostre economie liberali di mercato siano in grado di includere e soddisfare tutti, di garantire ai giovani una ragione laica di essere nel mondo. E questa ragione viene propagandata da quelle stesse élite di cui sopra: voi fate la vostra parte, consumate, distraetevi, state quieti e noi vi daremo di che vivere ed essere felici. Ma il vento è girato. E nell’Occidente edulcorato e lucente – che è ben rappresentato proprio dalle vetrine false ed ipocrite delle vie della moda di Milano – è rimasto ben poco. Poco più avanti, infatti, i due autori del libro si domandano: “[…] come è possibile ormai educare, trasmettere e integrare i giovani in una cultura che non solo ha perduto il proprio fondamento principale ma l’ha visto trasformarsi nel suo contrario, nel momento in cui il futuro-promessa è divenuto futuro-minaccia? […]”.
Quello di Benesayag e Schmit rimane un libro fondamentale per comprendere l’intristirsi dei nostri giovani, quell’alone cupo di violenza che li pervade, quel vagare senza bussola in un mondo la cui condizione li soverchia e li annichilisce. Quello che noi abbiamo contrabbandato come il migliore dei mondi possibili e che loro non s’illudono più di poter cambiare. E se il mondo non può essere cambiato ecco perché, forse, loro vogliono scuoterlo.

*Avvocato e scrittore


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