I marmi del Partenone potrebbero tornare finalmente ad Atene. Lo afferma il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis il quale, in un articolo pubblicato sul Guardian, crede che sia ancora possibile raggiungere un accordo per la restituzione dei marmi grazie all'impegno di entrambi i Paesi. Una restitutizione che tuttavia dovrà essere definitiva, in quanto la Grecia non ha intenzione di accettare un prestito. «Non possiamo accettare alcun accordo che ci imponga di riconoscere la proprietà delle sculture al British Museum, né una soluzione che implichi che noi prendiamo in prestito parti di un nostro monumento». «Londra abbia la volontà politica e il coraggio di intraprendere il passo decisivo di riunire le sculture, trasformando così una disputa storica in un atto unico di amicizia culturale», continua il premier. Le dichiarazioni del premier greco arrivano poche settimane dopo che il direttore del British Museum, Nicholas Cullinan, aveva dichiarato al Financial Times che il prestito di 10 mesi concesso dalla Francia al British Museum per l'Arazzo di Bayeux potrebbe costituire un modello per un accordo.
Non solo, Mitsotakis ricorda che Andy Burnham «nel 2023 prima di diventare primo ministro, ha chiesto che le sculture vengano rimandate indietro senza condizioni, affermando “usiamo la cultura per cambiare il modo in cui la Gran Bretagna viene vista nel mondo”». «Non potrei essere più d'accordo», conclude il premier greco che però non aggiunge che in in un'intervista rilasciata ad agosto al Financial Times, il premier britannico ha fatto una sorta di marcia indietro rispetto alle quelle dichiarazioni, affermando che «in ultima analisi è una questione su cui deve decidere il British Museum». «In un tempo in cui i principi democratici vengono sfidati in tutto il pianeta, il ripristino dell'unità di un monumento associato così da vicino alla storia della democrazia stessa invierebbe al mondo un segnale potente. La Grecia è pronta».
La questione del ritorno dei celebri marmi del Partenone, attualmente custoditi nel British Museum di Londra, «non riguarda solo la Grecia, ma l'Europa». «Per coloro tra noi che si sono rattristati quando il Regno Unito ha lasciato la famiglia europea, le dichiarazioni del primo ministro britannico, secondo cui si potrebbe immaginare un rapporto più solido» tra il Regno Unito e l'Unione Europea, «hanno suscitato particolare interesse. Anche le sculture del Partenone saranno oggetto di discussione», ha aggiunto Mitsotakis. Il premier ellenico ha riconosciuto che le trattative avviate dal suo governo per riportare i marmi ad Atene «non hanno fatto passi in avanti» e ha ricordato che quello del Partenone è «un caso unico», perché essenzialmente si tratta di «un monumento che è stato smembrato». Per questo Mitsotakis ha spiegato di preferire l'espressione «riunificazione» al posto di quella del «ritorno», nel caso dei marmi, portati a Londra da lord Elgin a inizio Ottocento. Mitsotakis si è detto favorevole a «una soluzione vantaggiosa per entrambe le parti. Potremmo offrire al British Museum una collaborazione culturale unica. Potremmo offrirgli l'accesso a mostre temporanee di tesori greci che non hanno mai lasciato il Paese», ha aggiunto. «Intensificheremo senza dubbio le nostre richieste non solo nei confronti del British Museum, ma anche nei confronti del governo britannico», ha dichiarato il premier greco.

La storia
La disputa tra Grecia e Regno Unito riguardo il marmi del Partenone risale al oltre due secoli fa quando Thomas Bruce Elgin rimosse dal fregio dell'edificio circa la metà delle sculture superstiti, oltre a elementi decorativi dai vicini Propilei e dall'Eretteo. Lord Elgin sostenne di aver agito sulla base di un firmano (un decreto ufficiale) rilasciato dalle autorità ottomane. Il documento originale, tuttavia, non è mai stato ritrovato, e la sua reale portata giuridica rimane ancora oggi uno dei punti più controversi della vicenda. Molti storici ritengono che il permesso concedesse soltanto la possibilità di effettuare rilievi, calchi e piccoli scavi nel terreno circostante, non lo smantellamento sistematico del monumento che causò anche gravi danni alla struttura stessa del tempio. I fregi vennero progressivamente imballati e spediti via mare verso l'Inghilterra. Una parte del carico andò perduta nel naufragio di una delle navi, la Mentor, ma venne in seguito recuperata da palombari. Nel 1816, travolto dai debiti e da un costoso divorzio, Elgin vendette l'intera collezione al governo britannico per 35.000 sterline dell'epoca. Il Parlamento di Londra decise quindi di affidare i marmi al British Museum, che da allora li espone permanentemente nella Galleria Duveen.
La Grecia non ha mai smesso di rivendicare la paternità dei marmi, arrivando a chiederne persino la ristituzione formale all'indomani dell'indipendenza nel 1832. La battaglia diplomatica ha però assunto una rilevanza globale negli anni Ottanta, grazie alla determinazione dell'allora ministra della Cultura greca, l'attrice Melina Mercouri, che trasformò la disputa in una campagna internazionale per i diritti del patrimonio culturale.
Nel 2009, Atene ha inaugurato il Nuovo Museo dell'Acropoli, concepito proprio per ospitare l'intero fregio riunito. Tuttavia al momento, in mancanza dei frammenti originali, i marmi mancanti alla collezione sono stati sostituiti da copie in gesso bianco.
Il nodo giuridico
Al di là della pressione geopolitica esercitata da Atene, il principale ostacolo al ritorno definitivo dei fregi resta il British Museum Act del 1963, la legge del Parlamento britannico che vieta esplicitamente al British Museum di alienare, vendere o cedere permanentemente qualsiasi manufatto della propria collezione, salvo rarissime eccezioni come la presenza di doppioni o la distruzione di oggetti irrimediabilmente deteriorati. Di conseguenza, nessun primo ministro a Londra ha il potere di ordinare formalmente il trasferimento dei marmi.
Per sbloccare la situazione in modo definitivo e aggirare i veti legali sui prestiti a lungo termine, sarebbe necessaria una modifica mirata della legge da parte del Parlamento del Regno Unito. Un passo politico che finora Downing Street ha sempre cercato di evitare.
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