Il problema della moschea di Venezia non può essere liquidato con il semplice richiamo alla libertà religiosa, principio che nessuno Stato liberale può mettere in discussione e che deve valere per i musulmani come per ogni altra confessione.
Ma proprio perché la libertà religiosa è una conquista dell'Occidente, essa vive dentro un sistema più ampio di libertà: nessuna fede può prevalere sulla legge, nessuna comunità può sostituirsi allo Stato, nessuna identità collettiva può sottrarre l'individuo ai suoi diritti. La questione, dunque, non è se i musulmani abbiano il diritto di pregare, ma se sia prudente favorire oggi una struttura destinata a diventare un centro stabile di culto, aggregazione e rappresentanza quando il processo di integrazione della comunità che la promuove non appare ancora sufficientemente compiuto.
Essere integrati non significa soltanto vivere e lavorare in Italia: significa condividere uno spazio civile comune e riconoscere che esiste una sola legge, quella dello Stato.
Questo vale anche per la comunità bengalese, il cui contributo alla vita economica di Venezia è evidente e merita di essere riconosciuto. Migliaia di persone lavorano onestamente e contribuiscono al benessere del territorio: la massiccia presenza di lavoratori bengalesi negli impianti di Fincantieri ne è prova tangibile. Sicché non è certo a loro che bisogna guardare con sospetto.
Ma proprio per questo occorre distinguere fra integrazione e semplice presenza. L'aggressione subita a Mestre dall'attrice bengalese Azmeri Haque Badhon per le sue posizioni politiche e il sostegno alle proteste democratiche del 2024 in Bangladesh, è un episodio che non può essere liquidato come una vicenda privata. Una donna è stata aggredita, minacciata e indotta a temere persino per la propria vita, con intimidazioni successive che rendono ancora più grave il fatto. Non è una colpa collettiva, e sarebbe assurdo attribuirla a un'intera comunità. È però un campanello d'allarme: in Italia nessuno deve poter importare conflitti politici, intimidazioni o violenza contro chi esercita liberamente il proprio diritto di dissentire.
Ed è proprio qui che bisogna avere il coraggio di affrontare senza complessi il tema dell'islamizzazione dell'Occidente. Non significa considerare una minaccia il musulmano che lavora, prega, manda i figli a scuola e conserva le proprie tradizioni. Significa interrogarsi sul rischio, molto più concreto, che l'immigrazione senza una vera integrazione produca comunità parallele, nelle quali l'identità religiosa o d'origine diventi anche identità politica, la comunità venga prima dell'individuo e la critica venga percepita come un'offesa da reprimere. Oriana Fallaci, con la franchezza brutale che le era propria, intuì questo pericolo molto prima che diventasse un tema politicamente accettabile. Si può discutere sui suoi toni e su alcune delle sue conclusioni, ma non per questo si deve fingere che il problema non esista. Una società aperta non può diventare una società inerme, incapace di difendere i principi sui quali è stata costruita.
Per questo Venezia deve procedere con prudenza, senza ostilità verso i bengalesi e senza pregiudizi verso i musulmani, ma anche senza quella forma di acquiescenza che troppo spesso viene scambiata per tolleranza
Prima di qualsiasi autorizzazione occorre sapere chi sono i promotori, chi finanzia la struttura, da dove provengono le risorse, quali rapporti esistono con organizzazioni straniere e chi ne assumerà la guida. Le autorità devono svolgere tutte le verifiche necessarie per escludere collegamenti con ambienti estremisti, circuiti di finanziamento del terrorismo o reti di propaganda incompatibili con i valori dello Stato italiano. Se emergessero irregolarità nell'utilizzo di fondi pubblici, sarebbe un problema di legalità, non di religione.
Ma non basta neppure la sicurezza. Serve la prova concreta che quel luogo sarà pienamente dentro la società italiana e non il centro organizzativo di una società parallela. Nessuno deve chiedere ai bengalesi di rinunciare alle proprie tradizioni o alla propria fede. Ma nessuno può trasformare la libertà religiosa nel diritto di costruire un sistema comunitario separato.
Chi vive in Italia deve accettare la piena uguaglianza tra uomo e donna, la libertà di coscienza, il diritto di cambiare fede o di non averne alcuna, la libertà di parola e quindi anche il diritto di criticare una religione.
Soprattutto, deve riconoscere che la persona viene prima del gruppo. È questo il vero significato dell'integrazione: culture diverse possono convivere, ma dentro una legge comune e senza autorità parallele.
Per Venezia, dunque, la sequenza dovrebbe essere chiara: prima trasparenza, sicurezza, rispetto delle regole e integrazione verificabile; poi, eventualmente, le strutture che possano consolidarla. Un luogo di culto non è una minaccia in quanto tale. Ma quando diventa anche il centro stabile di una comunità organizzata, la sua nascita è una scelta destinata ad avere conseguenze. L'Occidente non è un fortino da difendere contro una religione, ma non è nemmeno un territorio neutro nel quale ogni valore debba essere relativizzato per non offendere qualcuno. La libertà religiosa non obbliga a essere ingenui. La tolleranza non impone di tollerare l'intolleranza. E l'integrazione non consiste nel chiedere all'Italia di rinunciare a se stessa per accogliere chi arriva: consiste nel chiedere a chi arriva di entrare, con tutti i propri diritti ma anche con tutti i propri doveri, dentro la libertà italiana.