Due assoluzioni e una condanna. Raffaele Meola, l'ex sindacalista noto per il caso dei "30 secondi", ieri è stato condannato dai giudici di Milano. Nel 2018 avrebbe molestato l'ex hostess Barbara D'Astolto, ma nel corso del processo scaturito dalla denuncia della donna l'uomo era stato assolto due volte: in primo grado dal Tribunale di Busto Arsizio e successivamente dalla Corte d'Appello di Milano. La Procura generale milanese aveva quindi presentato ricorso in Cassazione chiedendo l'annullamento della seconda assoluzione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, fissando un principio destinato a incidere sull'interpretazione dei reati di violenza sessuale: la «giurisprudenza è netta», hanno scritto gli ermellini, perché la «sorpresa» di fronte all'abuso «può essere tale da superare» la «contraria volontà» della vittima. Di conseguenza il «ritardo nella reazione» o nella manifestazione del dissenso è «irrilevante» ai fini della configurazione della violenza sessuale. Il procedimento è quindi tornato davanti alla seconda sezione penale della Corte d'Appello di Milano, che ha ribaltato il precedente verdetto condannando Meola a un anno e due mesi di reclusione, oltre al pagamento di una provvisionale di 10 mila euro a favore della parte civile.
La lettura
Cambia quindi radicalmente la lettura giuridica di un caso che, nelle prime fasi del processo, aveva provocato un acceso dibattito pubblico. Le motivazioni dell'assoluzione avevano infatti sostenuto che la donna avrebbe avuto il tempo di sottrarsi alle molestie, individuando una «finestra temporale» di circa «20-30 secondi» durante la quale avrebbe potuto allontanarsi o manifestare il proprio dissenso. Da quella motivazione era nato il nome con cui la vicenda è diventata nota all'opinione pubblica: il caso dei "30 secondi". La Cassazione ha però ritenuto quell'impostazione superata e il caso ha cambiato verso. Una vicenda comunque lunga visto che tutto nasce da un incontro di otto anni fa in cui la 49enne si era rivolta a lui per una vertenza sindacale e in quell'ufficio, stando alle indagini, sarebbero avvenute le molestie e gli abusi. Abusi che secondo le sentenze consistevano, fra gli altri gesti, in «baci sul collo, toccamento del seno e mani sul fondoschiena». Passa così la linea della Procura generale di Milano, guidata da Francesca Nenni, che attraverso il sostituto procuratore generale Angelo Renna aveva impugnato la sentenza assolutoria pronunciata in appello. Nel processo d'appello bis il rappresentante dell'accusa aveva chiesto una condanna a due anni di reclusione, sostenendo che le precedenti decisioni avessero attribuito un peso decisivo a un elemento - il tempo di reazione della vittima - che la giurisprudenza della Corte di Cassazione considera invece privo di rilevanza ai fini dell'accertamento della violenza sessuale.
Le parole
Gionata Bonnuccelli, legale della vittima, ha definito quella pronunciata dalla Corte d'Appello una «sentenza spartiacque». Barbara D'Astolfo ha parlato invece di «sollievo». «Non si può parlare di felicità, ma sicuramente di sollievo», ha spiegato all'uscita dall'aula. Un sollievo che arriva dopo un iter giudiziario durato circa otto anni. «Io ho pagato un prezzo molto alto per le diffamazioni che mi sono state fatte in azienda da lui e dai suoi ex colleghi. Ho dovuto lasciare il lavoro», ha raccontato ai cronisti, ricordando le conseguenze personali e professionali che sono seguite alla denuncia.
Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro novanta giorni e consentiranno di comprendere nel dettaglio le ragioni che hanno portato la Corte d'Appello a ribaltare le due precedenti assoluzioni. Il provvedimento rappresenta comunque il punto di arrivo di un lungo percorso processuale, segnato dall'intervento della Cassazione che ha riaffermato un principio già presente nella propria giurisprudenza: nei reati di violenza sessuale la valutazione del consenso non può essere fondata sul tempo impiegato dalla vittima per reagire, poiché la sorpresa, il timore e lo stato di soggezione possono impedire una manifestazione immediata del dissenso.
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