Report
Emergono tensioni nel rapporto tra maternità, lavoro e organizzazione della cura. Non mancano buone pratiche organizzative nelle aziende

Il nuovo report dell’Osservatorio regionale Mercato del Lavoro di Veneto Lavoro indaga il fenomeno delle dimissioni volontarie delle lavoratrici madri nei primi anni di vita del figlio.
Si tratta di un fenomeno che rende visibili le tensioni ancora presenti nel rapporto tra maternità, lavoro e organizzazione della cura. «Non solo di una questione individuale o familiare, ma di un tema che chiama in causa l’organizzazione del lavoro, la disponibilità di servizi, il ruolo dei padri, le reti familiari e gli strumenti di sostegno pubblico», è l’analisi.
I numeri
Nel 2025, in Veneto, le convalide, ovvero i provvedimenti con cui l’Ispettorato verifica la volontarietà delle dimissioni o delle risoluzioni consensuali presentate da lavoratrici madri e lavoratori padri entro i primi tre anni di vita del figlio (ovvero nel periodo tutelato), sono state 8.500, pari al 14% del totale nazionale, e nel 60% dei casi riguardano lavoratrici madri.
Guardando invece al sottoinsieme individuato nei dati come dimissioni in periodo protetto (ovvero nel primo anno di vita del figlio), se ne contano 4.600, di cui 3.700 riferite a donne. Il profilo delle lavoratrici coinvolte mostra una concentrazione nelle fasce centrali dell’età adulta e della maternità (oltre un terzo ha tra i 30 e i 34 anni). Si tratta prevalentemente di lavoratrici italiane (85%), occupate nei servizi (80%, in particolare nei comparti turistici, commerciali e socio-sanitari), spesso con rapporti part-time (circa il 40%).
Cosa accade dopo
Uno degli elementi centrali del report riguarda ciò che accade dopo le dimissioni. L’analisi evidenzia che l’uscita dal lavoro non è necessariamente definitiva. Nel 15% dei casi si tratta di transizioni dirette ad un nuovo lavoro (con ricollocazione entro una settimana dalla cessazione), segnalando la presenza di una quota di mobilità professionale ordinaria. Entro sei mesi rientra circa un terzo delle lavoratrici e, osservando le coorti per le quali è disponibile una finestra temporale più lunga, il tasso di rientro si avvicina all’80% entro cinque anni.
Il reinserimento, tuttavia, non è automatico né uniforme. Le lavoratrici più mature mostrano tassi di rientro più bassi, seppure in progressiva crescita, mentre il rientro avviene prevalentemente nei servizi, che assorbono oltre otto ricollocazioni su dieci entro due anni. Il tempo determinato resta la forma contrattuale più diffusa, ma cresce il peso dei rientri a tempo indeterminato (dal 25% nel 2019 al 32% nel 2023). Rilevante anche il ruolo del part-time, che riguarda il 53% dei rapporti di ricollocazione entro due anni.
Il ruolo dei servizi
Il report dedica inoltre un approfondimento all’accesso ai servizi pubblici per l’impiego. In media, circa il 70% delle lavoratrici che si dimettono in periodo protetto rilascia la dichiarazione di immediata disponibilità presso un Centro per l’impiego regionale, condizione necessaria per l’accesso alla Naspi. Per queste donne il rientro immediato è meno frequente, ma oltre la metà risulta nuovamente occupata entro due anni. Rimane tuttavia significativa la quota di quante non rientrano nel mercato del lavoro dipendente regionale nel biennio successivo.
Dall’indagine qualitativa emerge che la decisione di dimettersi raramente è del tutto pianificata. Più spesso matura dopo il parto, nel confronto con le condizioni concrete del rientro: rigidità degli orari, difficoltà nel reperire soluzioni di cura, venir meno del supporto familiare, diniego o inefficacia del part-time, clima aziendale percepito come poco accogliente. In questo quadro, la Naspi appare più come una rete di sicurezza che rende meno rischiosa la scelta, che come la causa principale delle dimissioni. Non mancano però esempi di buone pratiche organizzative messe in atto dalle aziende: in questi contesti, il tasso di dimissioni in periodo protetto da parte delle lavoratrici si azzera.
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