TREVISO - Voleva la pistola per difesa personale. L’imprenditore trevigiano si sentiva in pericolo. La prefettura, però, ha detto di no: l’uomo non ha dimostrato di vivere situazioni a rischio. E dopo il ricorso al Tar, adesso anche il Consiglio di Stato ha confermato la decisione. «Occorre evitare che l’aumento, reale o percepito, dei reati contro la persona o il patrimonio possa alimentare una generalizzata diffusione delle armi - hanno scritto i giudici - e determinare un progressivo spostamento delle esigenze di tutela della sicurezza dal sistema pubblico all’autodifesa privata, in contrasto con il principio secondo cui la protezione della sicurezza pubblica e la difesa sociale costituiscono compiti primariamente riservati allo Stato».
La richiesta
L’imprenditore in passato aveva già avuto la licenza di porto d’armi per difesa personale. E voleva continuare così. Ma a giugno del 2022 la prefettura di Treviso ha bocciato la sua richiesta di rinnovo: «Non si rinviene il “dimostrato bisogno” di circolare armato, non avendo dato evidenza di alcuna seria e comprovata necessità».
Dal suo punto di vista, l’uomo aveva elencato una serie di motivazioni. Per lui erano più che fondate. Era partito dal ruolo di presidente del cda di una società con 100 dipendenti che nell’ultimo periodo aveva dovuto licenziare 6 impiegati e 4 operai. Con proteste da parte loro «spesso al limite dell’offesa e delle minacce», ha spiegato. Nella lista aveva poi inserito gli incarichi da amministratore in altre società e, in particolare, la partecipazione a un progetto per la produzione di componenti destinati al settore militare e della difesa. Per convincere la prefettura, inoltre, aveva fatto riferimento alla necessità di «dover ricoprire il ruolo di capofamiglia» in seguito alla morte del padre. E tra le motivazioni era indicato pure il fatto che è presidente di una società di calcio con 200 atleti iscritti. Quindi «esposto in prima persona con l’intero paese». A chiudere, l’imprenditore ha sottolineato che la sua casa e il suo stabilimento sorgono in zone isolate e che in passato era già stato oggetto di minacce, pedinamenti, molestie e chiamate anonime.
Le motivazioni
Fatto sta che dopo aver controllato gli archivi delle forze dell’ordine, la prefettura ha chiarito che non c’erano denunce o crimini ricollegabili agli episodi elencati dall’imprenditore. La stessa prefettura, tra l’altro, nel provvedimento del 2022 aveva evidenziato che il livello di sicurezza nella Marca era progressivamente e significativamente migliorato. Con una riduzione in particolare di furti, rapine e così via. Una presa di posizione che non è andata giù all’imprenditore. Tanto che dopo il ricorso al Tar del Veneto, perso all’inizio del 2025, ha fatto appello al Consiglio di Stato, bollando come incoerenti i dati statistici relativi all’andamento della criminalità nel Trevigiano. A giugno ha presentato una nuova memoria. Ma non è bastato.
Il risultato è stato lo stesso: a fronte della sentenza pubblicata ieri, il niet alla licenza di porto d’armi è stato definitivamente confermato. «Il riferimento ai dati statistici concernenti la criminalità provinciale - scrivono i giudici amministrativi - non costituisce la ragione determinante del diniego, ma rappresenta soltanto un elemento di contesto nell’ambito di una più ampia valutazione della posizione individuale dell’interessato». «Il pericolo per l’incolumità personale - si conclude - non può essere desunto automaticamente dalla natura dell’attività economica svolta, dall’entità degli interessi patrimoniali coinvolti, dalla necessità di effettuare spostamenti o dalla movimentazione di somme di denaro, occorrendo invece elementi specifici dai quali emerga una reale esposizione personale al rischio». Insomma, servono dei motivi fondati. Altrimenti non si può girare con una pistola in tasca.