Scroll infinito, video che partono da soli, notifiche che suggeriscono contenuti senza sosta. Non è fantascienza, ma il modo in cui funzionano ogni giorno i social, generando dipendenza, quasi quanto «le droghe pesanti». A dirlo, per la prima volta, è la Commissione europea. Secondo Bruxelles, infatti, il design di Instagram e Facebook sarebbe stato concepito per creare dipendenza e Meta avrebbe violato il Digital Services Act (Dsa), il regolamento europeo entrato in vigore nel 2022 che obbliga le grandi piattaforme a valutare e limitare i rischi prodotti dai propri servizi.
Sotto accusa non ci sono i contenuti pubblicati dagli utenti, ma l'architettura stessa delle piattaforme: quello che gli esperti definiscono "design persuasivo", cioè l'insieme delle scelte tecnologiche pensate per catturare l'attenzione e aumentare il tempo trascorso online. Secondo la Commissione, Meta non avrebbe valutato adeguatamente l'impatto di questi meccanismi sulla salute fisica e mentale degli utenti, soprattutto dei minori e degli adulti vulnerabili. Se le conclusioni preliminari saranno confermate, il gruppo di Mark Zuckerberg rischia una multa fino al 6% del fatturato annuo mondiale, che potrebbe superare i 10 miliardi di euro. Non è il primo caso: a febbraio Bruxelles aveva contestato a TikTok criticità simili legate alla dipendenza algoritmica, mentre negli Stati Uniti una giuria ha ritenuto Meta e YouTube responsabili dei danni psicologici per il design delle piattaforme.
Il pilota automatico
Ora la Commissione punta il dito contro quattro elementi: scroll infinito, autoplay, notifiche push e sistemi di raccomandazione altamente personalizzati. Presi singolarmente sembrano semplici funzioni pensate per migliorare l'esperienza dell'utente. Insieme, però, «alimentano l'impulso a continuare a scorrere» e portano il cervello in «modalità pilota automatico», favorendo un utilizzo compulsivo. Bruxelles sostiene inoltre che Meta abbia ignorato i dati sul tempo trascorso dai minori online durante le ore notturne (altamente aggirabili) e l'effetto di formati come Reel e Storie, utilizzate eccessivamente.
Anche i controlli parentali vengono giudicati poco efficaci, perché richiedono competenze tecniche e un impegno che non tutte le famiglie possono garantire. Nemmeno le pagine dedicate alla salute mentale (presenti nel Centro Sicurezza di Meta) vengono considerate una risposta adeguata. Per la Commissione non bastano quindi avvisi e promemoria: serve intervenire direttamente sul funzionamento delle piattaforme, disattivando di default gli strumenti di "schiavitù", e introducendo pause efficaci. L'indagine prosegue inoltre sui cosiddetti "rabbit hole", le spirali di contenuti generate dagli algoritmi, e sui sistemi di verifica dell'età per gli under 13.
«La tutela della salute fisica e mentale dei cittadini europei deve essere una priorità per le piattaforme dei social media», ha dichiarato la vicepresidente della Commissione Henna Virkkunen. «Il Digital Services Act fornisce un quadro normativo chiaro per responsabilizzare le piattaforme rispetto al design che crea dipendenza e agli effetti dei loro servizi». Intanto Bruxelles prepara un ulteriore giro di vite: la presidente Ursula von der Leyen ha annunciato che a breve un gruppo di esperti presenterà raccomandazioni per una futura proposta europea sull'accesso ai social in base all'età.
L'azienda di Menlo Park intanto respinge le accuse. «Non concordiamo con questi risultati preliminari, che non tengono adeguatamente conto delle misure significative che abbiamo adottato negli ultimi anni per proteggere gli adolescenti», replica un portavoce. L'azienda rivendica infatti i "Teen Account", che consentono ai genitori di bloccare l'accesso notturno a Instagram e limitare il tempo di utilizzo giornaliero, assicurando che gli under 16 non possano modificare questi limiti. «Continueremo a collaborare con la Commissione per garantire ai ragazzi esperienze online sicure e positive». Meta potrà ora esercitare il proprio diritto di difesa, esaminando gli atti dell'indagine e rispondendo per iscritto alle conclusioni preliminari. La contestazione arriva mentre cresce, in tutto il mondo, la pressione per limitare l'accesso dei più giovani ai social. L'Australia ha fatto da apripista, diventando il primo Paese a vietarne l'uso agli under 16, seguita dalla Malesia. In Europa la Spagna sta puntando ad alzare a 16 anni l'età minima per iscriversi alle piattaforme, mentre la Francia, dopo aver fissato a 15 anni la maggiore età digitale, prova a lavorare a regole ancora più severe. Anche Canada, Grecia e Italia pensano a sistemi di verifica dell'età sempre più rigorosi. Insomma la stretta sui minori è stato solo il primo passo, ma la vera sfida è cambiare il modello stesso dei social network.
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