«Mio figlio impazzisce se gli tolgo il telefono. Non so più come fare». Una richiesta di aiuto carica di agitazione che si ripete senza sosta tra i corridoi di un reparto speciale, nel cuore del Policlinico Gemelli di Roma. Sembra una corsia come tante, ma dietro le sue pareti si cura qualcosa di invisibile.
A guidarci per il lungo corridoio, animato da un via vai di medici e pazienti, è il professor Federico Tonioni, psichiatra e direttore del Centro Pediatrico Interdipartimentale per la Psicopatologia da web, nato nel 2009 come primo Ambulatorio in Italia per la Dipendenza da Internet. «Qui arrivano ragazzi dalla quinta elementare fino ai 25 anni, tutti accompagnati da genitori molto preoccupati».
La rabbia
Tonioni cammina a passo svelto tra le stanze, dove negli ultimi anni ha osservato il mutamento dei disagi giovanili andare di pari passo con l'evoluzione tecnologica. «Internet è una baby sitter formidabile - scandisce - un bambino davanti al computer non si vede e non si sente». Varcare la soglia del reparto è un passo difficile per i ragazzi, spesso consapevoli di trovarsi intrappolati in una ragnatela digitale.
Lo sa bene la psicoterapeuta Roberta Patalano, che li accoglie nel centro: «Ciò che infastidisce di più i ragazzi è scrollare continuamente sui social e sentirsi come anestetizzati». Tra le ultime richieste di aiuto, c'è quella di Francesca (nome di fantasia), mamma di due gemelli di 14 anni chiusi nel buio delle proprie stanze e intrappolati nella realtà parallela dei videogiochi per 16 ore al giorno. E non si tratta di pochi casi isolati. Sono quasi 230 mila, secondo l'ultima relazione al Parlamento sulle dipendenze, gli studenti minorenni che faticano a controllare il tempo online. Ma dietro le ore trascorse davanti a uno schermo, chiariscono gli esperti, si nasconde «un'angoscia più profonda».
Chi arriva in cerca di una soluzione rapida per i propri figli, deve fermarsi di fronte alla prima fase di valutazione degli psicoterapeuti, in cui ogni elemento aiuta a ricostruire la storia del ragazzo. Anche il tipo di gioco può dire molto sulle motivazioni dell'attaccamento alla tecnologia. È il caso di Mattia, sprofondato nel vortice del gaming. Durante le sedute è emerso che giocava a un videogioco in cui costruiva case. Poco prima, un incendio aveva reso inagibile la sua abitazione. Secondo le psicoterapeute «attraverso il pc cercava di fare qualcosa per tutta la sua famiglia, costruire una nuova casa e riparare al trauma subito».
Ogni caso è diverso, ma un elemento comune sembra oggi legare le migliaia di storie che attraversano il centro. «Il 99% dei pazienti condivide una difficoltà nella gestione della rabbia», osserva Patalano. L'uso prolungato dei dispositivi digitali, spiega, finisce per anestetizzare il conflitto. Ed è per questo che viene coinvolta sempre l'intera famiglia: «Lavorare con il paziente da solo non è sufficiente». In molti casi i ragazzi si avvicinano alla tecnologia quando sono già in una fase di isolamento.
A sorprendere lo stesso Tonioni è la rotta che molti sembrano prendere prima ancora di entrare in adolescenza, «evitando contatti con il sociale». Il numero dei giovani che si isolano dal mondo è in "costante aumento" anche nel nostro Paese secondo l'associazione Hikikomori Italia, che ne stima oltre 200 mila. Per il suo presidente, Marco Crepaldi, dietro l'isolamento c'è soprattutto la paura del giudizio, un'ansia amplificata dai social, che trasforma lo schermo in un muro di incomunicabilità.
Tra i genitori passati per il Gemelli c'è Marta. Suo figlio Marco è ormai uscito da un isolamento che lo costringeva a casa 24 ore su 24. Ripercorre con fatica quei giorni dolorosi: «Mio figlio iniziò a non andare più a scuola, e io non riuscivo a capirne il motivo». Proprio perché dietro l'uso della tecnologia si nasconde spesso un disagio più profondo, gli esperti consigliano di non staccare mai Internet o togliere il dispositivo agli adolescenti. «Se dovessi dare un consiglio ai genitori sarebbe quello di cercare sempre un contatto con chi è isolato», dice Marta. «Proprio per questo una volta la psicologa mi consigliò di comprare a mio figlio un computer nuovo. Quando glielo regalai lui si mise a piangere dalla gioia, perché per la prima volta si sentì capito», aggiunge con la voce rotta dalla commozione.
«Fu un'emozione enorme. Quella breccia mi permise di tornare a comunicare con mio figlio, che finalmente mi chiese aiuto e, a poco a poco, riuscì a uscire dall'isolamento».
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