Michele Fina, senatore e tesoriere del Pd, non sarebbe ora di accelerare sul programma del Campo largo?
«Non dobbiamo aspettare che un profeta salga sul monte Sinai e ne discenda con le tavole della legge. Un programma comune è già cresciuto, com’era doveroso che fosse, nel lavoro delle opposizioni, con proposte di legge ed emendamenti, a partire da sanità, stipendi, istruzione, diritti, Sud, aree interne, energia: dal salario minimo alla sanità pubblica, all’autonomia differenziata. L’autunno servirà a tradurre questo patrimonio in un programma elettorale. Ma mancano due informazioni non accessorie: con quale legge elettorale e quando si voterà».
Bisogna anche stabilire i rapporti con le altre forze perché è chiaro che Pd, M5s e Avs non bastano da soli.
«Il lavoro parlamentare è stato condiviso anche con forze liberali e centriste. E il perimetro della coalizione dovrà essere ancora più largo. Dobbiamo guardare all’alleanza in difesa della Costituzione emersa con il referendum e trasformarla in un’alleanza per attuarla fino in fondo».
La galassia dei centristi-riformisti è ansiosa, vedi Renzi con Silvia Salis, di scendere in campo.
«Tutte le esperienze politiche e i progetti che stanno nascendo sono benvenuti, se condividono una prospettiva di alternativa. C’è una vasta insoddisfazione nel ceto medio, nelle forze produttive e tra chi aveva dato fiducia alla destra. Hanno scoperto un governo di destra senza centro, incapace di costruire un progetto di sviluppo».
Il sindaco Manfredi sul Mattino ha rilanciato il modello largo di alleanze che guida Comune e Regione.
«Ha ragione. Napoli e la Campania sono tra le esperienze più avanzate nella costruzione dell’alleanza che ci è mancata nel 2022 e può vincere nel 2027. Campania e Puglia hanno mostrato una distanza profonda tra una parte decisiva del Sud e il governo. Non è casuale l’affanno della maggioranza per cambiare la legge elettorale: con l’attuale sistema il centrosinistra è competitivo in molti collegi uninominali. Ma nessuna legge può cancellare i problemi della destra. Basta guardare a Vannacci per capire la febbre che attraversa quel campo dopo quattro anni di governo fallimentare».
Proprio sulla politica estera in questi giorni Conte ha alzato il tiro contro la Schlein: teme che possa saltare il Campo largo?
«No. Anche sulla politica estera presenteremo una proposta unitaria. Le differenze esistono, altrimenti saremmo un solo partito. L’Ucraina è un nodo centrale, ma quando iniziò l’aggressione russa c’era il governo Draghi e Pd e M5s governavano insieme. Possiamo affrontare insieme anche la fase che deve condurre a una pace giusta e a un’Europa più consapevole del proprio ruolo».
Le primarie rimangono un argomento che sembra mero tatticismo. E molti nel suo partito sembrano temerle.
«Il Pd ha convocato molte primarie dal 2007: come potrebbe temerle? Il punto è un altro: non dobbiamo accettare un premierato di fatto e una visione leaderistica della politica. Dobbiamo offrire una visione, un progetto, una comunità e un gruppo dirigente pronto a governare, non una persona chiamata a sostituire Meloni nel comando. L’articolo 92 affida al presidente della Repubblica la nomina del presidente del Consiglio. Meloni ha indicato il suo obiettivo: arrivare alla prossima legislatura nelle condizioni di eleggere un Capo dello Stato in discontinuità con Mattarella. Anche per questo dobbiamo costruire un’alternativa».
Intanto il Pd vuole riacquistare l'Unità.
«Interloquiamo con la proprietà da circa un anno. Vogliamo restituire l’Unità al suo popolo, alle sue feste, passate in tre anni da circa 200 a quasi 500, e alla sua funzione più coerente con la storia: un luogo di confronto delle forze democratiche e progressiste. Abbiamo offerto una cifra superiore a quella pagata da Romeo all’asta nel 2022. Possiamo farlo perché abbiamo risanato i conti, fatto uscire i dipendenti dalla cassa integrazione e segnato nuovi record nel 2x1000, anche grazie alle risorse trasferite ai territori. Chiediamo a Romeo di riflettere fino in fondo: l’Unità non è una testata qualunque. Troviamo insieme una soluzione per riavviarne le pubblicazioni, garantendo autonomia e sostenibilità. Tenendo in debito conto che siamo un partito politico, non un’impresa editoriale».
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