La bomba a Ranucci, ecco cosa non torna: le lamentele del giornalista sul lavoro e quelle strane coincidenze

Bufale già sventate e punti da chiarire. Restano ancora alcuni aspetti oscuri nell'indagine sull'attentato a Sigfrido Ranucci sui quali i carabinieri del nucleo Investigativo di Roma, coordinati dal pm Edoardo De Santis, stanno lavorando. L'ultimo in ordine di tempo riguarda l'esplosivo e la versione fornita giovedì scorso da Pellegrino D'Avino e Antonio Passariello, due componenti della banda di avellinesi accusata di avere materialmente piazzato l'ordigno, che hanno sostenuto di averlo ricevuto da Clesio Gomes Tavares, braccio destro di Valter Lavitola, che, per conto del suo dante causa, avrebbe commissionato l'attentato.

Quindi stabilire se davvero i quattro presunti esecutori avessero consapevolezza che il mandante fosse Lavitola, circostanza che hanno negato, ma che sembrerebbe emergere dalle intercettazioni in cella. Infine, se il giornalista, a un certo punto, avesse capito che a organizzare l'esplosione fosse stato proprio il suo amico. Il faccendiere ha fornito versioni già smentite, come quella dell'imminente piano del Mossad di colpire il conduttore di Report, ma il 7 settembre tornerà a parlare, come ha continuato a fare dai primi giorni di luglio quando è stato perquisito. Probabilmente anche nel tentativo di inviare messaggi, come aveva fatto proprio con la vicenda degli 007 israeliani, sulla quale però lo stesso Ranucci lo ha smentito.

L'esplosivo

Nell'ordinanza che lo scorso 30 giugno ha portato in carcere Pellegrino D'Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone e ai domiciliari Marika De Filippi è riportata un'intercettazione del 26 febbraio scorso, dalla quale emergerebbe il contatto tra la banda e il fornitore di esplosivo.

La circostanza che sia stato Tavares a fornire l'ordigno, come sostenuto dagli indagati, non era invece emersa. D'Avino doveva procurarsi un ordigno e dunque si rivolge a un presunto fornitore. Il mittente del messaggio - scrive il gip - dice «che può procurargli quanto richiesto anche per l'indomani - in formato piccole dimensioni-, ma per gli altri deve attendere a fine mese». Ma poi un uomo che si trova nell'auto dove è piazzata la cimice chiede a D'Avino «Questo è quello che è a Roma, là? Ma questo qui è quello che viene a casa?». Il riferimento per gli inquirenti è all'esplosivo fatto brillare sotto casa del conduttore.

Ranucci aveva capito?

Lavitola ha negato che l'attentato fosse un tentativo di accrescere la popolarità del conduttore in vista di una possibile candidatura. Già a gennaio dello scorso anno aveva parlato con Ranucci di un possibile sondaggio, poi realmente avviato dopo l'esplosione della bomba a ottobre 2025, ma non risulta che il conduttore di Report avesse raccolto il suggerimento. Né che sapesse che il suo amico fosse il mandante dell'attentato.

Dai messaggi che Ranucci e Lavitola si scambiano emerge con chiarezza, come ha sottolineato il pm nella richiesta di arresto che «ogni attacco subito dal Ranucci sarebbe stato utile per aumentarne il consenso innanzi all'opinione pubblica». Il giornalista, invece, si lamentava della sua situazione lavorativa, sfogandosi con l'amico che, subito dopo l'attentato, commissiona il sondaggio annunciato.

La coincidenza di date non appare casuale al giudice: «Tale circostanza, ad avviso del decidente, non può ritenersi casuale, se si considera che dall'esame dei messaggi scambiati tra Lavitola e la persona offesa, si evince come effettivamente gli sfoghi di Ranucci in merito alle sue difficoltà lavorative cessino dopo l'esecuzione dell'azione delittuosa nei suoi confronti e al contempo lo stesso Ranucci condivida con soddisfazione con l'amico sondaggi o commenti che dimostrano il momento di rilevante popolarità che stava vivendo».

La Vitola e gli esecutori

L'altro punto potrebbe riguardare la conoscenza di Lavitola e gli attentatori. Quando Antonio Passariello comincia a preoccuparsi per le indagini, Tavares gli suggerisce di rivolgersi all'avvocato Cola, difensore storico di Lavitola. Non solo dalle intercettazioni in carcere il riferimento a Lavitola sembra chiaro.

È D'Avino a recriminare per il mancato sostegno di Gomes e prende atto del fatto che ormai gli investigatori hanno ricostruito la reale identità del soggetto collocato al vertice della vicenda, sicché il suo nome è ormai «uscito», cioè emerso e divenuto noto agli inquirenti. Ma secondo gli inquirenti il gruppo di avellinesi farebbe anche riferimento a Lavitola «emerge con chiarezza quando Mutone, commentando la vicenda, definisce quell'altro da Salerno (Lavitola è nato a Salerno) come un soggetto già arrestato pure per estorsione e sostiene che lo dovevano arrestare subito, così come era accaduto per loro». Il riferimento - scrive il gip - «non è meramente denigratorio, ma si innesta in una precisa rappresentazione interna del gruppo, che individua in Lavitola un soggetto apicale, già esposto, capace di muoversi con la forza delle sue relazioni e delle sue disponibilità». Infine: «Butta gli altri avanti e lui si prende i soldi».

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