La firma di Riccardo Orsolini: “Il mio Bologna una scelta di vita. Ma sul rinnovo dette tante falsità. Ho grande fiducia in Tedesco”

Bologna, 29 agosto 2026 – Rovesciate e colpi di genio. Ma Riccardo Orsolini ha imparato anche a entrare duro, se serve. “Sul mio rinnovo se ne sono dette tante, troppe: cose sbagliate, pensieri distorti. Ho tenuto un profilo basso, mai detto una parola fuori posto, ma forse ho sbagliato: forse avrei dovuto parlare prima”. Lo fa ora al Carlino, pochi giorni dopo essersi legato al suo Bologna fino al 2031. A vita.

Orsolini con la maglia celebrativa del rinnovo (foto Bfc)

Orsolini con la maglia celebrativa del rinnovo (foto Bfc)

Orsolini, perché ci è voluto così tanto tempo per firmare?

Perché era un contratto lungo, prevedeva tante clausole, bonus: tante situazioni che non erano sistemabili in poco tempo. Ogni volta veniva fuori un cavillo diverso: un giorno una cosa andava bene, il giorno dopo no e quindi se ne doveva riparlare. A livello burocratico non poteva essere una cosa che si chiudeva in cinque minuti. E poi c’erano tempistiche della società da rispettare, c’erano anche altre priorità. Anche l’ultimo rinnovo lo firmai in questo periodo. Si è creato un caso che non c’era. Io non ho detto niente apposta. Sarebbe stato facile fare una banale storia su Instagram e dire ’stanno uscendo tante cose false, etc…’. Non l’ho volutamente fatto: volevo vedere fino a dove ci si sarebbe spinti”.

La firma di Riccardo Orsolini: “Il mio Bologna una scelta di vita. Ma sul rinnovo dette tante falsità. Ho grande fiducia in Tedesco”

"Sono state settimane un po’ difficili, alcuni giudizi mi hanno fatto rimanere male: ma è finita come speravo”

E dove ci si è spinti?

“Tanti hanno detto che era una questione di soldi: no, i soldi non c’entrano niente. Se avessi voluto dare priorità ai soldi, avrei già salutato tutti l’estate scorsa e sarei andato a prendere dieci sacchi all’anno (in Arabia, ndr). Poi sul rinnovo ho letto certe cifre... cifre che se fossero vere, ti dico ‘ma magari’. Se avessi guardato solo ai soldi - con tutto il rispetto - non sarei rimasto qua”.

C’è qualcosa che le ha fatto male?

“Fatto male no. Sono state settimane un po’ difficili, però. Alcuni giudizi mi hanno fatto rimanere male. Altri, invece, mi hanno fatto ridere. Come quelli che hanno detto: ‘Orso non lo vuole nessuno’. Che poi ovviamente non era vero...”.

C’erano altre offerte sul tavolo?

Sì, da quei campionati dove ti coprono d’oro, ma non solo: anche dall’Italia, devo essero onesto. Persino poco prima di firmare mi hanno chiamato club di A dicendomi: ‘Aspetta, ripensaci’. Sarebbe stato facile magari fare l’ultimo anno qua e poi andare via a zero”.

Squadre che offrivano l’Europa?

“Non lo so, non mi ricordo (ride, ndr)”.

Il sorriso di Riccardo Orsolini: è arrivato a Bologna il 31 gennaio 2018 e ha firmato pochi giorni fa fino al 2031 (foto Schicchi)

Il sorriso di Riccardo Orsolini: è arrivato a Bologna il 31 gennaio 2018 e ha firmato pochi giorni fa fino al 2031 (foto Schicchi)

Perché ha scelto ancora Bologna e il Bologna?

Perché il nostro è un matrimonio felice: il club e la città hanno sempre avuto la precedenza. E’ una scelta di vita. Bologna è una seconda casa, il posto che mi ha permesso di crescere e diventare il calciatore e la persona che sono oggi. Ho dato priorità al mio benessere, che - attenzione - non vuol dire accontentarsi: qua negli ultimi anni si può esprimere calcio meglio che in altre piazze. Andare a fare uno dei tanti da un’altra parte non mi interessava”.

Lo sa, però, che alle prime tre partite senza gol, lei finirà di nuovo sotto accusa?

Oneri e onori, come tutte le cose. Se dopo tre gare, qualcuno borbotterà, vuol dire che l’ho abituato bene. A me questa responsabilità non ha mai spaventato”.

Tre fotografie in rossoblù?

Riccardo Orsolini in una delle sue prime presenze in rossoblù nel 2018 (foto Schicchi)

Riccardo Orsolini in una delle sue prime presenze in rossoblù nel 2018 (foto Schicchi)

Roma, la Coppa Italia: non c’è altro da dire. Poi una di piazza Maggiore: anzi, le due foto delle feste in piazza. E per finire, il primo scatto in assoluto il giorno della mia presentazione nel 2018, quando sono arrivato qua, secco e tutto sbarbato”.

Cosa direbbe a quel Riccardo lì?

Gli direi: lavora sodo, le qualità le hai. Era solo questione di tempo, di sentirsi forti, perché quel Riccardo lì era più impaurito, le cose se le teneva dentro: ora se qualcosa non mi va bene, la sputo fuori. Ma è normale: cresce il calciatore e cresce la persona”.

Quando ha capito di essere forte?

Dopo i primi sei mesi di Sinisa, quella salvezza insperata: lì ho capito che in serie A potevo starci. ’Sini’ ha toccato le corde giuste, sapeva stuzzicarmi e coccolarmi. Anche l’aspetto di riuscire a dire le cose che penso, l’ho imparato da lui. Mi diceva ‘oh io ti rompo le palle, ma quand’è che mi mandi a fanculo? Sto aspettando. Quando ci meniamo? Lui ti provocava per vedere quanto resistevi e per farti tirare fuori il carattere”.

Cosa le avrebbe detto Sinisa se fosse ancora qui? L’avrebbe presa in giro sul rinnovo?

Sicuramente ci saremmo picchiati (ride, ndr). Poi ci saremmo abbracciati e saremmo andati a cena per festeggiare”.

Il messaggio più bello che ha ricevuto dopo il rinnovo?

“Sono tanti. Se devo scegliere, dico quello di Federico Di Francesco e di Kevin Bonifazi. In generale, mi ha toccato l’affetto dei tifosi: volevano tantissimo questa firma. Uno mi ha addirittura tirato una penna...”.

Italiano le ha scritto per congratularsi?

“Italiano? No, non mi ha scritto. Non l’ho sentito, ho scambiato dei messaggi con qualcuno del suo staff: è rimasto un rapporto di stima e affetto, ci siamo fatti l’in bocca al lupo per la stagione”.

Non con Italiano, però. Deluso?

“No, no… avrà avuto da fare”.

Nella scelta di rinnovare, Tedesco ha recitato un ruolo?

“Assolutamente sì. Se fosse venuto un musone o qualcuno che dici ‘quest’anno non è aria’, mi sarei fatto due conti: se devo fare tre-quattro anni così, ci penso bene. E’ una variabile che ha pesato. In questo la società è stata brava a trovare un allenatore forte - perché il mister è forte - ma è anche una brava persona. Mi ha colpito già il primo giorno, a luglio. Ha voluto subito parlarmi, siamo stati mezz’ora a chiacchierare di tutto: ho apprezzato tantissimo l’uomo. Il tecnico lo sto scoprendo ora. Ma come tutti i nuovi cicli ci vuole tempo, siamo solo all’inizio: anche con Vincenzo partimmo male. C’è bisogno di adattamento, pazienza, fortuna. E’ tutto nuovo per noi”.

A proposito, è stata dura la preparazione a Valles?

“Dura?! Ci ha sfondato. E’ dal ritiro con Gasperini (estate 2017, ndr) che non soffrivo così. Sarà che sono pure invecchiato... Però è stato bello, perché anche nella fatica, si trovava sempre il modo di sorridere: e per me il sorriso è fondamentale”.

In cosa Tedesco è diverso?

“Non ha addosso quella pressione che in Italia devi avere sennò sembra che non sei sul pezzo: l’ansia pre-gara, tutte cavolate, retaggi nostri. Il mister è più sereno, è moderno: il calcio va in quella direzione”.

"ll ko con la Lazio? Ho messo in preventivo le prime 6 gare come durissime: ai nuovi cicli serve tempo”

Com’è cambiata la vita per voi esterni?

E’ un lavoro un po’ diverso: devi stare davvero molto bene per poterlo fare, perché si corre tanto e arrivare là davanti lucidi è dura: però se serve a far vincere la squadra, io baratto tutti i miei gol. In ogni caso sono sereno: c’è uno staff di ragazzi intelligenti, aperti al dialogo. Loro si stanno sforzando di adattarsi a noi e noi di seguirli senza snaturarci”.

Però se Bernardeschi si fosse snaturato mezzala sarebbe stato meglio anche per lei…

“No (ride, ndr). Io sono contento se Fede ci fa vincere le partite, se fa gol o assist, è un valore aggiunto. Poi lui è molto più duttile di me: credo che anche il mister abbia visto questa cosa e provato a cambiargli il ruolo, perché voleva forse farci coesistere. Magari succederà, lo sa il mister. Però, ecco, è vero che Fede dentro al campo sa giocare, negli spazi stretti è molto tecnico, ha l’ultimo passaggio”.

"Le cessioni portano sempre scetticismo. Rowe? La qualità aiuta. A volte però perdi uno e l’erede rende di più” 

Intanto sono partiti Lucumi, Castro, Freuler: attorno a voi, percepisce un po’...

(interrompe la domanda). “La risposta è sì: sento scetticismo. Appena succede qualcosa di negativo, qua si sente borbottare. Ho sentito borbottare quand’è andato via Zirkzee, quando sono andati via Calafiori, Beukema, Ndoye: è da quando è andato via Verdi che sento borbottare... fa parte del gioco”.

Anche le difficoltà con la Lazio fanno parte del gioco?

“Ma certo! Guarda, io ho messo in preventivo le prime sei partite. Le prime sei saranno di difficoltà estrema, pura. Lunedì l’Atalanta: il calendario non aiuta. Adesso poi la serie A è diventata incerta come la B: la prima può perdere con l’ultima, si livella sempre di più. L’abbiamo visto in Coppa del Mondo. Ma è più bello per me, non vincono sempre le stesse. Non ci sarebbe da sorprenderci se il Como, per esempio, vincesse lo scudetto”.

E se il Bologna tornasse in Europa?

“Io intanto sarei contento se questa squadra s’amalgamasse in fretta e trovasse un’intesa che nella prima gara non s’è vista. Dobbiamo cercare di formare un gruppo che possa andare a competere per quegli obiettivi. A oggi non voglio fare proclami, illudere la gente dicendo ‘noi abbiamo il dovere di andare in Europa’. No, noi abbiamo il dovere di diventare una bella squadra, perché ancora non lo siamo”.

Con Rowe sarebbe più facile.

“Chiaro: più qualità c’è, meglio è. Poi le dinamiche di mercato si sa come funzionano: ne perdi uno, ne arriva un altro. E magari ti rende pure di più. Com’è già successo tante volte in passato…”.

Nel frattempo è tornato Mancini in azzurro: il primo ct a convocarla in nazionale maggiore.

“Intanto spero che l’Italia recuperi quell’attaccamento della gente come l’avevo io da piccolino con i ragazzi del 2006. Poi, certo, spero di fare delle belle prestazioni affinché possa essere convocato”.

A fine contratto avrà 34 anni: che obiettivi si dà per il presente e il futuro?

“Ho solo obiettivi quotidiani: tornare a casa e chiedermi se ho dato tutto. Ora è importante la squadra. Siamo fiduciosi, ma ci vorrà tempo. Siamo un po’ com’è Bologna: un cantiero aperto, work in progress”.

Onestamente, questa volta ha pensato di andare via?

“No. Ogni anno ti chiedi se non sia meglio chiudere con un ricordo felice. Dopo la Coppa Italia, avremmo potuto abbandonare tutti. Io e il Bologna, però, non potevamo che continuare insieme”.