di Sergio Donato -
02/09/2026 14:20 0
Il testo era destinato a informare il pubblico e quindi rientra nell’articolo 50. Ma se c’è stata revisione umana, dichiarare l’uso dell’IA non è obbligatorio
Da ieri pomeriggio ha iniziato a girare questo screenshot riguardante l’account social della Polizia Postale su LinkedIn, in cui si vede un chiaro intervento dell’intelligenza artificiale per redigere il testo sui pericoli delle “truffe via WhatsApp”, perché all’inizio del post c’è scritto “Copilot said”. Il post è stato condiviso inizialmente da Pierluigi Paganini, direttore dell’Osservatorio sulla Cyber Security di Unipegaso.
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Copilot, lo sappiamo, è la piattaforma e l’assistente IA di Microsoft. L'utilizzo di Copilot non sarebbe comunque sorprendente nell'infrastruttura informatica della Polizia di Stato. Dai documenti parlamentari (PDF) risulta che il Dipartimento della Pubblica Sicurezza ha acquistato nel 2023 licenze Microsoft per 36 mesi aderendo alla convenzione Consip Microsoft Enterprise Agreement 8, quindi con una fornitura che interessa anche il periodo 2024-2026. La stessa convenzione consente alle pubbliche amministrazioni di acquistare anche Microsoft 365 Copilot.
Al di là del refuso nel copia-incolla, che ha lasciato l'evidenza di Copilot come autore del post (si poteva comunque intuire che fosse un’IA dallo stile), qualcuno si potrebbe chiedere: perché la polizia postale non ha rispettato l'AI Act europeo e non ha indicato che il testo è stato scritto da un'intelligenza artificiale?
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L’AI Act non impone di etichettare indiscriminatamente come “generato dall’IA” qualsiasi testo scritto con ChatGPT, Copilot o strumenti analoghi.
L’obbligo che interessa questo caso è quello previsto dall’articolo 50, comma 4, e riguarda chi utilizza un sistema di intelligenza artificiale per generare o manipolare un testo che viene poi pubblicato con lo scopo di informare il pubblico su questioni di interesse pubblico. In questi casi chi pubblica il contenuto deve rendere noto che il testo è stato generato o manipolato artificialmente.
È evidente che il testo della Polizia Postale che allerta i cittadini su una possibile truffa operata via WhatsApp abbia lo scopo di informare su questione di interesse pubblico. Quindi perché la Polizia non ha indicato la provenienza del testo?
Abbiamo usato la notizia sullo screenshot proprio per spiegare ancora una volta, in modo diverso, alcune caratteristiche del nuovo regolamento europeo sull'IA.
L’obbligo di dichiarare l’origine artificiale del testo infatti non si applica quando il contenuto è stato sottoposto a revisione umana o controllo editoriale e una persona fisica o giuridica si assume la responsabilità della pubblicazione. Non basta quindi stabilire che Copilot abbia materialmente prodotto la prima versione del post: bisogna capire che cosa sia successo dopo.
Se il social media manager della Polizia Postale ha verificato il contenuto, eventualmente modificandolo, e ne ha assunto la responsabilità editoriale, l’AI Act non richiede necessariamente l’etichetta “generato con IA”.
Se invece il testo è stato semplicemente copiato dall’output di Copilot e pubblicato senza una vera revisione, allora il caso ricade molto più chiaramente nell’obbligo di trasparenza previsto dall’articolo 50. Ovviamente, il solo atto di incollare non può dimostrare che una revisione non sia avvenuta.
Inoltre, proprio la presenza di quel “Copilot said” fa pensare che molto probabilmente non si tratti di una pubblicazione automatica sui social da parte di un agente software, ma dell’output restituito da un’applicazione con Copilot e poi trasferito manualmente nel post.
Se invece il testo fosse stato generato e pubblicato automaticamente, senza una revisione umana o un controllo editoriale sostanziale, allora sarebbe venuta meno l’eccezione prevista dall’articolo 50 e sarebbe scattato l’obbligo di dichiarare che il contenuto era stato generato dall’intelligenza artificiale.
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Fonte Pierluigi Paganini
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