Lavitola scarica l’ex amico Ranucci: «Non mi è piaciuto che abbia parlato di mio figlio»

Quando lo hanno visto uscire di casa con un trolley, e dopo avere verificato che avesse comprato un biglietto aereo per l'Africa, i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma hanno deciso di accelerare i tempi e procedere con la perquisizione. Era la sera del 4 luglio, la moglie lo stava accompagnando all'aeroporto e il rischio che Valer Lavitola partisse da Fiumicino e portasse con sé i cellulari, i documenti e i dispositivi elettronici che ora gli inquirenti stanno analizzando era troppo alto, visto che, per la Procura della Capitale, l'ex editore - ora ristoratore - sarebbe il mandante dell'attentato in danno del giornalista Sigfrido Ranucci, suo amico, almeno fino a ieri, quando, intervistato dal Tg1, commentando alcune esternazioni del conduttore di Report, ha detto di iniziare «a mettere in discussione quell'amicizia».

Proprio dall'analisi dei device e di sette pagine dattiloscritte trovate a casa di Lavitola potrebbero arrivare le prime risposte in questa inchiesta intricata, che ha preso una piega inimmaginabile dopo gli arresti dei quattro esecutori materiali dell'attentato, avvenuti a fine giugno.

Il factotum

Figura centrale è quella di Gomes Clesio Tavares, factotum di Valter Lavitola e ritenuto l'intermediario con la banda che avrebbe piazzato la bomba all'esterno dell'abitazione del conduttore di Report. Anche la sua casa è stata perquisita e la sua compagna è stata sentita ieri dagli investigatori. Lui, invece, dopo l'attentato è volato in Camerun. Era lì che, sottolinea il legale dell'imprenditore, l'avvocato Sergio Cola, probabilmente sarebbe dovuto andare anche lo stesso Lavitola: «Non voleva scappare, ha un business in Camerun», cioè l'investimento in foreste di mangrovia per incassare il carbon credit da cedere alle aziende.

Una partenza, quella di Tavares, che è sembrata sospetta agli inquirenti, tanto da sottolinearla nel decreto di perquisizione. Secondo chi indaga, inoltre, sarebbe stato proprio Lavitola a interessarsi «dell'allontanamento del Gomes dall'Italia, facendolo partire per il Camerun e preoccupandosi della sua assistenza legale». Rilasciando dichiarazioni spontanee ai pm, mercoledì, l'imprenditore ha detto che non c'è stata nessuna fuga in Camerun, "ma colloqui con i capi tribù per ottenere le concessioni". Intervistato ieri dal Tg1, ha aggiunto che fornirà al pm Edoardo De Santis, titolare del fascicolo, «gli elementi che spiegano tutto. Lui è ancora in Camerun. Non so se sperare che torni o non torni, ma mi ha scritto che tornerà».

Poi c'è la questione dei sondaggi. Lavitola era intenzionato a promuovere la figura dell'amico come candidato ideale per il centrosinistra, con tanto di sondaggio in 21 punti che sarebbero stati validati da Ranucci e due giornalisti. L'ha raccontato proprio l'imprenditore, sottolineando che il conduttore di Report non solo era a conoscenza di quelle domande, ma ne ha anche revisionate alcune: «Nell'ambito di quelli che sono gli ambienti internazionali e democratici socialisti, dove io ho militato tutta la vita e dove ho un sacco di contatti, mi hanno fatto vedere un sondaggio per potenziali e attuali leader della sinistra di tutta Europa e tra questi c'era pure Sigfrido. Un giorno l'ho invitato a pranzo, gli ho raccontato questa cosa, lui mi ha mandato a quel paese pensando quasi che scherzassi, ho insistito un po', e ci sarà anche una caterva di messaggi che tanto avrà la Procura, fine delle trasmissioni». Poi, ha aggiunto: «Gli ho detto: "Senti sei un cafone, che ti costa dirmi se sta roba qua... hai paura?" Insomma l'ho sfidato e lui mi ha corretto quattro domande».

Per quanto riguarda l'attentato, Lavitola ha respinto l'accusa di essere il mandante e anche l'ipotesi - non contestata dai pm - che lui e Ranucci abbiano agito d'accordo: «Saremmo stati due stupidi a farci da soli l'attentato. E io altrettanto a farglielo come atto d'amicizia a ottobre per poi fare un sondaggio a giugno su di lui come candidato del campo largo». Poi, però, non nasconde la delusione per le parole del conduttore, che ha reagito alla notizia della perquisizione a suo carico dicendo di essere sconcertato e aggiungendo: «Se dovessero emergere delle sue responsabilità, quell'attentato non era finalizzato a fare del male a me e alla mia famiglia. Di questo sono certo». Lavitola ieri ha commentato: «Il solo fatto che abbia messo quel "se" mi inizia a far mettere in discussione se c'è o non c'è questa amicizia. In più, poteva anche evitare di parlare della questione di mio figlio, che è il motivo della mia enorme gratitudine nei suoi confronti». Il riferimento è a un'intervista rilasciata da Ranucci al "Corriere della Sera".

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