Luciano Donadio tradito dal microchip incollato all'auto. Giallo sull’ultimo viaggio nel Casertano: ha reso omaggio ai Casalesi?

VENEZIA - Incollato sulla sua automobile c'era un segnalatore Gps, in grado di tracciare ogni movimento della Fiat Cinquecento. Il cellulare intestato a lui era sotto controllo, ogni chiamata e ogni messaggio veniva letto dagli agenti del commissariato. Luciano Donadio, però, martedì scorso non ha usato la sua auto per scappare da Eraclea, né si è portato dietro il telefono. Due eventualità che, a dirla tutta, erano state pure previste dagli uomini della squadra Mobile veneziana, che infatti si erano preoccupati di estendere la sorveglianza anche ai famigliari più stretti del boss peccato che la loro richiesta sia rimasta lettera morta sul tavolo del giudice, almeno fino a quando la fuga non è uscita dal terreno delle ipotesi per diventare un problema reale: la domanda formale di intercettare le utenze telefoniche della moglie e del figlio di Donadio (quello rimasto libero, ovviamente) è stata infatti approvata solo quando il 60enne si era già reso irreperibile, approfittando di un funerale organizzato a casa sua proprio quel martedì mattina. Eppure, se quattro giorni dopo il boss è stato bloccato alle porte del carcere di Vicenza, è stato proprio grazie a una conversazione con il figlio ascoltata dalla polizia: diceva di volersi costituire e di volerlo fare al "San Pio X", dove era già rinchiuso l'altro figlio, Adriano. Insomma, forse con una firma anticipata il numero uno dei Casalesi di Eraclea non sarebbe arrivato a Casal di Principe.

L'ultimo omaggio per ribadire la fedeltà

Non ci sono dubbi, infatti, su dove Donadio abbia trascorso i suoi giorni di irreperibilità (non si può parlare di latitanza perché, a proposito di carte e di firme, la procura generale stava ancora aspettando di completare tutte le verifiche necessarie prima di siglare il decreto che l'avrebbe certificato come latitante). Infilatosi nell'auto di uno degli invitati alla cerimonia funebre di martedì, il 60enne ha raggiunto il Casertano. Non ci sono certezze, invece, su cosa abbia fatto lì, ma non è difficile ipotizzare lo stesso copione che, tradizionalmente, viene messo in scena in occasioni simili: è abitudine consolidata, tra i condannati per mafia, un'ultima visita ai massimi vertici, per rendere omaggio, per ribadire la fedeltà all'organizzazione anche davanti alla prospettiva di tre decenni in cella. E, poi, per chiedere che quella stessa fedeltà venga premiata con un'attenzione specifica: alla famiglia Donadio è stato sequestrato quasi tutto, solo la casa si è salvata perché intestata alla moglie. Certo, l'avvocato Dario Vannetiello, che ha seguito il 60enne per il ricorso in Cassazione, ha già annunciato di voler intervenire anche in questo senso, così come intende presentare un'impugnazione davanti alla corte europea dei diritti dell'uomo e una domanda di revisione del processo.

Cosa è successo ieri in tribunale

Intanto, ieri, Donadio è tornato in aula, anche se solo attraverso uno schermo. Se infatti gli Ermellini hanno sancito la sua condanna definitiva per associazione mafiosa, restano comunque in piedi altri procedimenti, per altre vicende. Lui, con 30 anni di pena, ha già toccato il tetto massimo, ma lo stesso non può dirsi di altri. Ieri a Venezia si sarebbe quindi dovuto discutere un caso di fatturazioni per operazioni inesistenti, che dalle società del boss arrivavano fino ai subappalti di Fincantieri, come da sistema ideato dal commercialista Angelo Di Corrado. Si tratta di una costola dell'inchiesta sul caporalato negli stabilimenti di Marghera, portata avanti dal pubblico ministero Giorgio Gava, e in questo caso l'accusa è quella di aver firmato decine di ricevute utili alla cooperativa Gold Bengol per evadere il fisco. Donadio ne avrebbe prodotte sette, 83. 340 euro; 22 quelle contestate a Di Corrado, per 319. 322 euro, sempre tra il 2015 e il 2018. Il commercialista, difeso dall'avvocato Stefania Pattarello, ieri era presente in aula. Il boss, invece, era collegato dal carcere; i suoi legali, Renato Alberini e Giovanni Gentilini, hanno però rimarcato come non fosse stato predisposto un collegamento che consentisse loro di parlare direttamente e continuamente con il cliente o, in alternativa, non fossero stati avvisati di poter seguire a loro volta l'udienza da Vicenza, quindi dalla stessa stanza di Donadio. Il giudice, quindi, ha dovuto rimandare tutto al 15 dicembre. Ha preso la parola anche Claudia Conidi, legale di Girolamo Arena, collaboratore di giustizia e ritenuto un importante anello di congiunzione tra la camorra e la 'ndrangheta. Conidi ha voluto rimarcare come il suo assistito viva in condizioni «vergognose»: «Lo Stato l'ha abbandonato, la sua pensione è stata sospesa, dorme su una panchina, pesa 48 chili ed è affetto da una grave forma di fibrosi cistica che lo rende invalido al cento per cento».