Mar Rosso, offensiva Houthi: sale la tensione sul petrolio. Nuovi rincari della benzina

L’avanzata degli Houthi lungo le coste del Mar Rosso è un nuovo punto interrogativo in Medio Oriente che appare come un’enorme area di crisi. In pochi giorni la milizia sciita ha preso il controllo di migliaia di chilometri quadrati forzando ritirare le truppe yemenite dalle isole nello Stretto di Bab al-Mandeb e dai porti di Mocha e Dhubab. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, 50 mila persone sono già state costrette ad abbandonare le proprie case e 500 profughi sono stati recuperati in mare al largo di Gibuti mentre tentavano di raggiungere la costa africana. Il segnale di una crisi che non è solo strategica o geopolitica, ma anche umanitaria. L’Arabia Saudita continua a bombardare le forze Houthi per evitare che questi realizzino la minaccia di paralizzare lo stretto per le navi legate a Riad. Ma ora le forze saudite devono anche fare i conti con un’altra minaccia: quella proveniente dall’Iran. Venerdì sera, l’oleodotto East-West è stato colpito da droni provenienti dal governatorato di Maysan, nel sud del Paese. Il primo ministro Ali Fadhil al Zaidi come prima azione ha destituito il responsabile del governatorato. Questa rimozione e le indagini su chi ha lanciato hanno permesso a Baghdad di evitare la ritorsione saudita. Ieri le forze di sicurezza hanno anche dichiarato di avere individuato dei lanciatori per droni vicino al confine con l’Iran. Ma Riad sa che lo scenario dell’assedio è sempre più concreto.

LA RICHIESTA

Il principe ereditario, Mohammed bin Salman, ha chiesto due volte al presidente Donald Trump di partecipare agli attacchi contro i ribelli yemeniti. Il tycoon ha declinato in entrambi i casi. Ma ieri The Donald ha fornito un’altra versione dei fatti. In visita in Irlanda, Trump ha detto di avere avuto contatti con i rappresentanti della milizia. «Gli Houthi ci hanno chiamato», ha detto il presidente, «e non vogliono che ce la prendiamo con loro». Il capo della Casa Bianca è intervenuto anche su bin Salman, definendolo «un buon amico». Ma la questione appare più complessa di come è stata dipinta dal presidente. Gli Houthi hanno smentito qualsiasi tipo di contatto con Washington. Hazam al-Asad, esponente dell’ufficio politico di Ansar Allah (l’altro nome del gruppo), ha definito le dichiarazioni del leader americano «prive di qualsiasi fondamento reale». «Trump, il criminale, come al solito fa affermazioni ridicole e menzogne, raccontando fatti che non sono veri», ha affermato al-Asad. E in questo gioco di dichiarazioni e smentite, nessuno riesce davvero a capire quali siano le reali intenzioni del tycoon.

Al momento Trump non sembra interessato a farsi coinvolgere in un nuovo focolaio di crisi in Medio Oriente. L’ammiraglio Brad Cooper, capo del Comando centrale delle forze Usa, quello che si occupa di tutte le operazioni nella regione, ha comunque incontrato i vertici della sicurezza saudita e ha fatto con loro il punto della situazione. Secondo alcune indiscrezioni, gli Usa starebbero aiutando l’aviazione della monarchia araba nell’individuazione degli obiettivi da colpire. Ma in assenza di un intervento diretto di Washington, il problema saudita è che dietro agli Houthi c’è l’Iran. E Teheran al momento è un avversario che ha già dimostrato di avere le capacità per mettere in scacco i Paesi della regione. Il coinvolgimento dell’Iran è stato confermato a più riprese dal funzionario Usa. Ieri lo stesso Trump ha detto che dietro l’attacco all’oleodotto saudita vi sarebbe la Repubblica islamica. «Probabilmente sono stati loro», ha detto in conferenza stampa nella capitale irlandese di Farmleigh, durante il suo incontro con il primo ministro irlandese Micheál Martin. Ma proprio questa ammissione del presidente Usa svela come sia ormai impossibile distinguere i focolai che stanno incendiando in questo momento la regione. Tutte le aree di tensioni sono collegate alla grande sfida tra Iran e Stati Uniti. E la Repubblica islamica sa perfettamente di avere ottenuto (attraverso gli Houthi) il controllo di un secondo stretto quello di Hormuz. Questa condizione fornisce a Teheran una posizione di vantaggio nei negoziati con gli Usa ma anche nei rapporti con le monarchie del Golfo. Proprio per quanto riguarda la navigazione a Hormuz, domani è atteso un vertice tra i rappresentanti iraniani e quelli di altri Paesi rivieraschi. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha detto che nel vertice tra ministri degli Esteri verrà firmato «un accordo che istituisce una rotta congiunta tra Oman e Iran nello Stretto di Hormuz» e l’intesa sarà notificata all’Organizzazione marittima internazionale. Al summit non parteciperà il Bahrain, che si è definito chiedendo primo il ripristino delle relazioni diplomatiche con l’Iran. Pezeshkian in questi giorni sta mostrando l’intenzione di mantenere aperto il dialogo con i vicini. «Non siamo in guerra con l’Arabia Saudita. Gli Houthi hanno le loro questioni», ha dichiarato il presidente iraniano, che ieri, a margine del vertice Brics a Nuova Delhi, ha parlato con il principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti, Khaled bin Mohammed bin Zayed Al Nahyan. Alle porte del Golfo Persico, intanto, gli Stati Uniti hanno deciso di imporre alle petroliere di navigare solo in due fasce orarie per poter beneficiare della copertura aerea di Washington. Una scelta che rafforza lo scudo americano in quelle ore prestabilite ma certifica anche la necessità del Pentagono di gestire in modo più oculato i costi di questa operazione.

E, tra l’altro, l’aumento dei prezzi di benzina e gasolio non si ferma. In Italia il costo self service sulla rete stradale ordinaria è di 2,1 euro al litro per la benzina e 2,208 euro al litro per il gasolio; sulla rete autostradale, il prezzo medio self è di 2,192 euro al litro per la benzina e 2,285 euro al litro per il gasolio.

LA RIVELAZIONE

A preoccupare gli Usa è anche l’ultima rivelazione del Wall Street Journal: quella secondo cui l’Iran avrebbe ricevuto immagini satellitari dalla Cina per colpire le basi americane in Giordania. Una scoperta che può aumentare la tensione tra Pechino e Washington in vista del vertice del 24 settembre tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping.

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