Da un lato le volontà di potenza che riaffiorano, il ritorno a tentazioni neo-coloniali. E quella tendenza «preoccupante» degli Stati a «ripristinare politiche di potenza» che minaccia la convivenza tra Stati e le economie mondiali. Dall'altro, i «successi indiscutibili» dell'Ue. Che pur con i suoi ritardi e i suoi difetti ha assicurato otto decenni di «pace, diritti, prosperità diffusi». E che per questo è spesso «invidiata e osteggiata» da chi preferirebbe vederla scomparire. È un messaggio denso di preoccupazione quello che Sergio Mattarella invia all'apertura del Forum Ambrosetti di Cernobbio. Lì dove in queste ore si riunirà il gotha dell'economia e della politica globale.
Ecco perché le parole del capo dello Stato non sono retoriche, ma puntano a consegnare un messaggio preciso alla platea del lago di Como. L'ordine globale costruito sul multilateralismo uscito dal secondo dopoguerra è in pericolo. Ma se verrà abbattuto «a vantaggio di logiche di corto respiro», nessuno si salverà. Neanche quelle superpotenze convinte di prevalere, e che per questo avanzano «una pretesa predatoria delle risorse esistenti, materiali e immateriali». Unita alla «minaccia, quando non l'uso, della forza» per risolvere le controversie internazionali.
Non è difficile immaginare chi abbia in mente il capo dello Stato: la Russia di Putin, gli Stati Uniti di Trump. Attori principali in scenari di crisi di cui si fatica a vedere la via d'uscita. L'Ucraina, l'Iran, Hormuz, per citarne solo alcuni. Fronti che oltre a rappresentare una ferita per il diritto internazionale fiaccano la crescita e creano precedenti pericolosi nelle relazioni tra i Paesi. «L'attuale contesto internazionale non ammette indugi», avverte l'inquilino del Colle. «Occorre un chiaro percorso di azione affinché tornino a prevalere modalità di convivenza pacifica». Altrimenti, ammonisce Mattarella, «sono messe a dura prova le stesse prospettive di un'economia mondiale prospera e in crescita costante e duratura».
L'incertezza e l'instabilità sono l'anticamera della recessione. Disordine, contrapposizione e guerra si traducono in altissimi «costi umani, politici, economici sociali». Le politiche di potenza, in altre parole, «non portano alcun autentico beneficio né ai presunti vincitori né ai soccombenti». Eppure la logica della sopraffazione va per la maggiore. Sempre di più gli autocrati che se ne lasciano sedurre e che puntano a riaffermare le proprie sfere d'influenza. Mosca con l'Ucraina, Trump con quel blitz in Venezuela per insediare un governo amico. Interventi giustificati in nome della propria sicurezza, ma che fanno rischiare al mondo un salto indietro di secoli. Perché così «il concetto di sicurezza di alcuni avverrebbe così a spese di quella di altri, con una visione coercitiva dell'interdipendenza che riporta a epoche coloniali». Col rischio di far «retrocedere la storia della civiltà umana».
Giocare in attacco
Come se ne esce? Una risposta, per Mattarella, può darcela l'Europa, forse l'ultimo baluardo a difesa dello stato di diritto. Certo, la costruzione europea non è immune da errori. Ha bisogno di «necessari e urgenti cambiamenti» nelle regole, «nella tempestività delle decisioni, nelle priorità» da affrontare. Ricorrendo a una metafora calcistica, l'Ue per il presidente dovrebbe «saper giocare assumendo iniziative, piuttosto che attestarsi su moduli di mera difesa». Ma non si può buttare il bambino con l'acqua sporca. «L'Unione Europea costituisce tuttora la manifestazione più eclatante al mondo di condivisione di sovranità, sorretta da valori comuni». L'Ue insomma è una storia di successo, da migliorare e preservare. È anche per questo forse che c'è chi punta a indebolirla, a distruggerla. «I suoi successi sono indiscutibili - e per questo, talvolta, invidiati e osteggiati - al pari della sua attrattività, tuttora intensa e vitale». L'Ue non può più essere considerata un'opzione o una zavorra da chi ne fa parte. Piuttosto, chiosa Mattarella, «un'impellente necessità».
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