Ranucci, un attentatore trasferito da Rebibbia dopo le intimidazioni: alcuni detenuti gli avevano detto di non parlare

Avvertimenti durante l'ora d'aria e un consiglio pressante: non parlare con i magistrati. Ora, dopo avere riferito durante l'interrogatorio le intimidazioni subite, uno degli esecutori materiali dell'attentato ai danni dell'ex conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, è stato trasferito da Rebibbia al carcere di Viterbo.

Intanto ieri Valter Lavitola, pure lui detenuto, ha ricevuto la visita dei suoi avvocati, Sergio e Arturo Cola, per affinare la difesa in vista dell'udienza davanti al Tribunale del riesame, prevista lunedì. L'imprenditore, arrestato con l'accusa di essere il mandante dell'attentato organizzato ai danni dell'amico Sigfrido Ranucci, ha preparato una memoria di sessanta pagine, ha intenzione di fare dichiarazioni spontanee e precisare la confessione resa durante l'interrogatorio di garanzia. All'epoca le sue parole erano state definite «fumose» e «inverosimili» e adesso Lavitola vuole fornire dettagli, puntando ai domiciliari e a fare cadere l'aggravante di avere agito con metodo mafioso.

La ricostruzione

Secondo la ricostruzione della Procura, avrebbe organizzato un attentato-farsa per spingere un'eventuale candidatura politica dell'ex conduttore di Report. Lui, invece, sostiene di avere agito per proteggere l'amico giornalista: dice di avere saputo di minacce concrete nei suoi confronti e di avere organizzato tutto con lo scopo di fargli ottenere un innalzamento del livello di protezione. Anche Pellegrino D'Avino e Antonio Passariello, due degli esecutori materiali dell'attentato, interrogati dal pubblico ministero Edoardo De Santis il 27 agosto, hanno sottolineato che l'obiettivo era fare un atto dimostrativo, una sorta di sceneggiata, senza fare del male a nessuno.

Ma, nelle motivazioni con cui il Riesame lo scorso luglio ha confermato le misure cautelari nei loro confronti, viene sottolineato che l'attentato a Sigfrido Ranucci, messo a segno lo scorso ottobre, è stato «un'azione programmata ed eseguita su mandato di un soggetto sovraordinato, sorretta da un'organizzazione capace di assicurare agli esecutori appoggio e protezione e attuata mediante modalità oggettivamente idonee a evocare, agli occhi della persona offesa, la forza intimidatrice tipica dell'agire mafioso». I giudici sottolineano il «pericolo di reiterazione di delitti della stessa specie, desumibile anzitutto dalle modalità dell'azione, preceduta da sopralluogo e realizzata attraverso la ripartizione dei compiti, l'impiego di materiale esplosivo e il coinvolgimento in un contesto criminale strutturato, che rivelano una non occasionale disponibilità a fornire un apporto consapevole alla programmazione e alla gestione di condotte di particolare gravità».

Nei giorni scorsi, invece, il gip ha sottolineato che, davanti al pm, D'Avino e Passariello hanno reso dichiarazioni «reticenti e contraddittorie». E la custodia cautelare in carcere è stata nuovamente confermata. Ora, dopo le motivazioni del Riesame, i difensori, gli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri, ricorreranno in Cassazione.

Il trasferimento

Nel frattempo D'Avino è stato trasferito nel carcere di Viterbo dopo avere parlato di pressioni subite. «Durante la mia detenzione, poiché su diversi telegiornali è stata comunicata la mia intenzione di rendere interrogatorio, durante l'ora d'aria sono stato più volte avvicinato da alcuni detenuti che, avendo appreso i motivi per cui sono stato arrestato, mi hanno invitato a non rendere dichiarazioni, senza minacciarmi esplicitamente. Lo stesso è successo qualche sera fa nella mia cella, allorquando uno dei due detenuti con cui condivido la cella, mi consigliava di non rendere l'interrogatorio».

Era stato sempre D'Avino a parlare di una possibile aggressione subita da Lavitola: «Ho appreso da alcuni detenuti che Lavitola era stato schiaffeggiato durante l'ora d'aria». La circostanza è stata smentita dal Dap, ma i legali di Lavitola hanno intenzione di acquisire una copia dell'interrogatorio di D'Avino e anche la nota della polizia penitenziaria.

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