Nessun accenno nella risoluzione di maggioranza, ma chi pensava che Giorgia Meloni avrebbe soprasseduto sull’intesa stretta tra Donald Trump e Vladimir Putin sul gasolio russo è stato costretto a ricredersi. La premier, nell’informativa in Parlamento in vista del Consiglio europeo, critica apertamente l’accordo, puntellando ancora una volta le distanze che ormai la dividono dal tycoon.
Il discorso
«È una scelta che considero molto rischiosa», dice rimarcando di comprendere bene «l’esigenza di contenere i prezzi dell’energia che pesano su famiglie e imprese, anche in Italia».
Ma qui riserva un’altra puntura di spillo all’ex amico di un tempo: «dobbiamo essere consapevoli che l’impennata dei prezzi del carburante è dovuta soprattutto alla guerra in Iran», che Trump ha voluto è il non detto, «non al conflitto in Ucraina. Dunque, il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari. Una legittimazione per Mosca mentre le sue bombe continuano a cadere sulle città ucraine, nuove entrate con cui finanziare la guerra, un implicito indebolimento della leva sanzionatoria: sono elementi che non possiamo ignorare, e che contraddicono quanto fin ora fatto dagli Stati occidentali, Stati Uniti compresi, per spingere Putin a sedersi al tavolo delle trattative». Parole chiare, come quelle che la portano a ribadire il sostegno fermo a Kiev, con cui guadagna anche gli applausi dei riformisti dem, creando non pochi imbarazzi ai senatori Pd. «Certo, belle parole - commenta in transatlantico Filippo Sensi, tra coloro che hanno optato per il battimano - ma tali restano considerando che è un anno e mezzo che il governo non invia aiuti militari all’Ucraina».
Altro passaggio che non passa inosservato nell’intervento della premier e’ sul cosiddetto formato E3 ,che spesso ha dettato la linea su Kiev facendole storcere il naso. Meloni torna a ribadire la necessità che l’Europa sul conflitto in Ucraina parli con una sola voce, quella di un inviato del Vecchio continente. Ma poi punge Francia, Germania e Gran Bretagna: se «ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, e finora è questa la scelta che hanno fatto, allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti. Perché sarò onesta: considero secondario il tema di chi siede a quale tavolo. Mi interessa a nome di chi si siede al tavolo, e per dire cosa. Mi interessa che l’Europa - rimarca - non vada in ordine sparso, non offra il fianco a chi ha interesse ad alimentare le divisioni e parli con una voce sola. Perché un’Europa che si divide sui formati offre un’immagine di sé infantile, ed è l’unico vero regalo che possiamo fare a Mosca. E di regali a Mosca, di questi tempi, ne sono già stati fatti abbastanza».
Verso il summit europeo
Il discorso è tra i più lunghi di sempre, lo pronuncia dentro un tailleur oro che non passa inosservato. Meloni snocciola tutti i tema in agenda del summit europeo. Rivendica la politica sui migranti adottata, spiega la battaglia che intende portare avanti per ottenere flessibilità per contrastare l’inflazione, illustra il dossier sul nuovo bilancio europeo e le priorità per l’Italia. Poi punge la sinistra sulla crisi di Ceuta, rivendica la scelta di sospendere Schengen. E difende a spada tratta la decisione di usare 14 miliardi di flessibilità per la difesa, né più e né meno dello stesso tesoretto che destinerà all’energia. Togliendosi un sassolino dalla scarpa che pesa come un macigno. «Maggiore flessibilità per difesa e sicurezza significa essenzialmente risorse aggiuntive rispetto a quelle consentite dai parametri europei - ricorda -. Non sono soldi tolti alla sanità o alla scuola: se non li spendessimo per la difesa, non potremmo spenderli per altro. Chi racconta che più sicurezza significa meno ospedali, risorse distratte dai servizi essenziali da un governo di guerrafondai, mente sapendo di farlo. Tanto più se gli stessi che oggi ci accusano dall’opposizione, quando erano al governo approvavano – in piena pandemia - un aumento delle spese militari da circa 15 miliardi di euro. E allora non c’era neanche la guerra in Ucraina».
Nodo fondi
Touchè. Ma non è tutto. Meloni fa di conto. «Ogni 100 euro che lo Stato spende per la Difesa - snocciola i numeri -, circa 60 pagano gli stipendi di chi difende la nostra sicurezza, quasi 280 mila donne e uomini in divisa. Circa 10 euro servono a far funzionare le strutture ogni giorno. Circa 30 vanno in investimenti, in un comparto industriale che dà lavoro a oltre 300 mila persone, spesso altamente qualificate, in migliaia di piccole e medie imprese diffuse in tutta Italia. Chi parla di spreco dovrebbe anche spiegare a quelle famiglie che il loro lavoro è superfluo. E quando compriamo, cosa compriamo? Prevalentemente strumenti per difenderci. Difesa aerea, sistemi anti-drone, cyber-sicurezza, protezione delle infrastrutture. Compriamo scudi. In ultimo, voglio ricordare che la sicurezza è anche precondizione per la prosperità. Nessuno investe in una Nazione che non sa proteggere le sue reti, i suoi porti, i suoi dati. Nessuna impresa esporta se le rotte commerciali non sono sicure. Inoltre, investire in sicurezza significa difendere il risparmio, il lavoro e l’innovazione dei prossimi vent’anni. Una Nazione che non investe nella propria sicurezza non sta risparmiando. Sta rinviando il conto. E la storia insegna che quel conto, alla fine, arriva sempre molto più caro». Finito l’intervento la premier - dopo un rapido passaggio alla Camera per depositare il testo - fa ritorno al Sensto per seguire il dibattito. Nelle dichiarazioni di voto, sia a Palazzo Madama che a Montecitorio, sono previsti tutti i big, da Elly Schlein a Giuseppe Conte, passando per Matteo Renzi. «Oggi Giorgia è in forma - scherzano intanto i senatori di Fdi in transatlantico con i cronisti - preparate i popcorn». Si prevedono botte da orbi.
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