ROMA Giorgia Meloni puntella le distanze degli States, mostrando plasticamente che il processo di pacificazione tentato da Donald Trump stavolta non ha attecchito. Complici, a voler pensar male, le elezioni di midterm che per il tycoon si preannunciano una Caporetto, con sondaggi che lo danno in caduta libera. E così la premier, in Parlamento per le comunicazioni sul Consiglio Ue al via da oggi, sembra quasi sedere lungo la riva del fiume aspettando che passi il cadavere. Sorda alle parole di miele del Presidente statunitense, che, maliziano i fedelissimi della leader di Fdi, probabilmente sono state pronunciate per mero calcolo elettorale considerando gli oltre 23 milioni di italoamericani attesi alle urne il prossimo 3 novembre.
Le risoluzioni di maggioranza non fanno alcun accenno all'intesa tra Trump e Putin sul gasolio che ha gettato Kiev e l'Europa intera nello sconforto. Le opposizioni sono convinte tocchi loro stanare la premier, metterla con le spalle al muro chiedendo parole di condanna. E invece Meloni gioca d'anticipo, soffermandosi su un accordo che oltre a non avere i numeri per alleggerire i prezzi del petrolio rischia di tornare a legittimare lo zar agli occhi del mondo. L'intesa per aumentare le forniture di petrolio «è una scelta che considero molto rischiosa», dice Meloni dopo aver difeso a spada tratta il sostegno a Kiev. Far scendere i prezzi dei carburanti è interesse di tutti, puntualizza, «ma dobbiamo essere consapevoli che l'impennata è dovuta soprattutto alla guerra in Iran, non al conflitto in Ucraina» affonda, visto che l'attacco a Teheran è stato deciso unilateralmente da Trump e Netanyahu. E «il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari: una legittimazione per Mosca mentre le sue bombe continuano a cadere sulle città ucraine, nuove entrate con cui finanziare la guerra, un implicito indebolimento della leva sanzionatoria». Insomma, bocciata senza appello tutta la linea, tanto da indurre la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova a intervenire stizzita: «Non sono affari suoi».
Critica con l'Ue
Ma l'Ucraina, in Aula, divide et impera. Meloni torna a chiedere che l'Ue «parli con una sola voce» e «non vada in ordine sparso», con un inviato che sieda al tavolo dei negoziati. Poi si toglie un sassolino dalla scarpa che pesa come un macigno, memore dei tanti vertici tra Gran Bretagna, Francia e Germania da cui l'Italia è rimasta tagliata fuori, il «famoso formato E3». «Se ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, e finora è questa la scelta che hanno fatto, allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti», la bacchettata che riserva a Macron e gli altri leader.
Anche se il suo resta un intervento incentrato sull'unità dell'Europa pur con un approccio critico, un vecchio registro che Meloni non ha mai abbandonato del tutto e a maggior ragione non intende abbandonare ora. La premier chiede un cambio di passo su una serie di temi che mette in fila in un intervento di 46 minuti tondi. La competitività, l'energia, la riforma degli Ets, la flessibilità per contrastare la spirale inflattiva, l'accordo sul bilancio Ue che «firmeremo solo quando sarà giusto per l'Italia». La richiesta di rafforzare la missione Aspides: «Servono più navi, e servono ora», l'invito all'Europa a «riprendersi lo spazio che può occupare» dopo le elezioni israeliane. E poi ancora il dossier migranti, con una puntura alla sinistra per le critiche mosse alla scelta del governo di sospendere Schengen a seguito della crisi di Ceuta. Ma è zucchero rispetto ai colpi di fioretto che riserva al «campo larghissimo» nel corso delle repliche. Il superlativo usato con astuzia per includere nel pacchetto i vannacciani.
L'affondo più duro è per il Pd, tacciato di misoginia. Un'accusa rivolta ai dem per aver usato, per bocca di Giuseppe Provenzano, la parola "vezzeggiare" riguardo ai rapporti tra lei e Trump. «Vezzeggiare significa trattare qualcuno con carezze e moine. Faccio politica da 35 anni, non sono arrivata dove sono arrivata con carezze e moine», ma «combattendo, con le mie idee, dimostrando il mio valore e con il consenso dei cittadini». Poi l'accusa che suona come uno schiaffo: «Lei non userebbe questo tono con un collega maschio. Mi sembra il caso che cominciamo a fare i conti con una certa misoginia che ha impedito alla sinistra di consentire alle donne di arrivare dove meritavano». Ma Meloni ne ha anche per i vannacciani, che spingono per tornare ad acquistare energia da Mosca e in piazza Montecitorio hanno un incontro-scontro con Cateno De Luca, neo alleato della premier: «Se non difendete gli interessi italiani quali interessi difendete?», chiede polemica. Sulle stilettate a Conte, poi, c'è l'imbarazzo della scelta, dalle «spese folli» alle «contraddizioni sulla difesa» e su Kiev. Ed è proprio sull'Ucraina che la premier tenta di spaccare il «campo larghissimo», con la maggioranza che presenta in zona Cesarini una seconda risoluzione che, in soldoni, impegna l'Ue a darsi da fare per una soluzione diplomatica e una tregua immediata. È una trappola, perché votabile dall'intero arco parlamentare. Al Senato il fronte progressista abbandona l'Aula. Idem alla Camera, mentre i vannacciani, colta l'insidia, votano a favore. L'imboscata riesce a metà, ma il governo incassa con soddisfazione il risultato messo a segno. «Tecnicamente si chiama operazione ventresca», scherza Meloni con i cronisti che a sera tentano di rubarle una battuta. L'ironia è sulla tonnara dei giornalisti, ma chissà che il riferimento non fosse per l'agguato teso a Conte, Schlein e compagnia.
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