Morte in carcere: «Perdiamo tutti»   - L'Unione Sarda.it

Sassari.

01 agosto 2026 alle 00:13

La vittima aveva problemi psichiatrici e di dipendenza dalla droga 

La madre avrebbe dovuto incontrarlo ieri, in carcere, come ogni settimana da alcuni mesi. Ma nella struttura di Bancali suo figlio, 36enne, ha perso la vita giovedì notte, intorno alle 22, ucciso, si presume, dalle esalazioni di un incendio appiccato da lui stesso nella propria cella. E i genitori potranno purtroppo salutarlo solo un’ultima volta, il giorno dei funerali, una volta compiuta l’autopsia sulla salma. Ieri la pm Camilla Battaglini, titolare del fascicolo, ha incaricato l’anatomopatologa Jessica Sanna dell’esame a cui parteciperà anche il medico legale Antonio Nieddu, come perito di parte per conto della famiglia, rappresentata nella vicenda dall’avvocata Tania Decortes. Analisi che faranno luce sulle cause del decesso, e andranno di pari passo con le indagini per chiarire la drammatica sequenza di due giorni fa nel reparto Sai, occupato da detenuti con problemi di salute.

Le fragilità

La cartella clinica del giovane, di professione lavoratore edile, raccontava di una doppia diagnosi (ragione per cui non viene reso noto il nome) per le sue fragilità mentali e per le dipendenze da sostanze stupefacenti. «Era un gigante buono - racconta una delle zie - ma, quando aveva le crisi, si trasformava». E diventava aggressivo tanto che, nella Casa Circondariale, ci era finito dopo una denuncia per maltrattamenti familiari anche se, è bene precisarlo, non aveva mai picchiato i suoi parenti. «Voleva uscire e sperava che accadesse questo mese. Oltretutto a maggio un detenuto gli aveva lanciato dell’olio bollente ustionandolo e non ce la faceva più a stare a Bancali - ricorda la donna - Noi speravamo che lo si liberasse mandandolo in una comunità». Ma l’istanza è stata rigettata e il giovane è rimasto in carcere, fino al tragico epilogo. Quando, secondo le ricostruzioni dei sindacati di polizia penitenziaria, a partire dal Sappe che ha dato per primo la notizia, e poi da Uspp, UilPa e PolGiust, il 36enne avrebbe chiuso il blindo impedendo l’accesso e dando fuoco a materassi e suppellettili. Inutili i tentativi degli agenti di salvare l’uomo, nel frattempo barricatosi nel bagno della cella, dove è stato trovato senza vita, mentre le fiamme divampavano, intossicando 10 poliziotti, e venendo domate dai vigili del fuoco.

Gli interrogativi

Una fine che adesso lascia diverse domande in cerca di risposte. «Era in un’area protetta. Come è potuto succedere tutto questo?», è la questione principale, formulata dalla zia e dalla famiglia. La PolPen, per la Fns Cisl, sottolinea in un comunicato: «Se dovesse essere confermato che l'incendio sia stato innescato mediante l'utilizzo di un accendino, sarà indispensabile accertare come un simile strumento abbia potuto essere nella disponibilità del detenuto». Ma aldilà delle responsabilità individuali vi sono quelle collettive. «Quando si perde una vita all'interno di un istituto penitenziario - riferisce lo stesso sindacato - non perde soltanto una persona: perde lo Stato, perdono le istituzioni e perdiamo tutti». E vi è la sofferenza della famiglia: «Siamo a pezzi. Sembra una storia da film, ma dentro ci sono persone in carne e ossa».

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