’Ndrangheta, il file riservato della Finanza stampato e finito nelle mani di Rocco Anello. Il boss: «C’è un’indagine»

Pubblicato il: 31/07/2026 – 19:13

di Giorgio Curcio

CATANZARO Il secondo accesso avviene alle 15.41 del 12 dicembre 2017. Qualcuno entra nella postazione informatica riservata della sala operativa della Guardia di Finanza di Vibo Valentia, apre un documento coperto da riservatezza e ne stampa una copia. Le credenziali utilizzate appartengono al capo sala. In quel momento, però, nella sala operativa prestano servizio soltanto tre militari e nessun problema tecnico rende necessario sbloccare il computer. No, non è l’inizio di un film di spionaggio, ma una storia del tutto reale emersa dall’inchiesta “Imponimento” della Dda di Catanzaro e ricostruita nelle motivazioni del processo d’Appello celebrato con rito abbreviato.

Il ruolo del finanziere

Oltre alla storia, ci sono i protagonisti. Due degli operatori escludono di avere aperto il file. Il terzo, invece, è il brigadiere Domenico Bretti, che non figurava tra i soggetti autorizzati ad accedere a quella postazione. Poi, quattordici giorni più tardi, è il 26 dicembre, Rocco Anello legge una parte di quel documento durante una conversazione con Nicola Antonio Monteleone. Una vera e proprio “traccia digitale” ricostruita passo dopo passo nelle motivazioni di “Imponimento” e ritenuta sufficiente dalla Corte d’Appello di Catanzaro per ribaltare l’assoluzione pronunciata in primo grado su uno degli episodi contestati al finanziere. Bretti è stato così condannato anche per la rivelazione delle informazioni riservate riguardanti le indagini sul cantiere Eurospin di Pizzo. La pena complessiva è salita da 12 anni a 12 anni e 8 mesi di reclusione.

La nota riservata arrivata da Roma

Ma andiamo con ordine, ricostruendo il percorso del documento che, dati alla mano, comincia il 4 dicembre 2017, quando cioè sulla casella di posta elettronica istituzionale della sala operativa del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Vibo Valentia arriva una mail del Comando generale di Roma. In allegato c’è una nota riservata e criptata. Come previsto dalle procedure interne, il file viene salvato su una pen drive e successivamente reso leggibile attraverso il sistema “Copernico”, installato su un computer denominato Cis, acronimo di Communication and Information System. La postazione funzionava senza collegamento alla rete ed era collocata nell’area riservata della sala operativa. L’operatore di turno decritta il documento, ne stampa una copia composta da due pagine, registra gli estremi del file e consegna la nota al responsabile dell’ufficio. Il 7 dicembre arriva una seconda comunicazione, questa volta dal Comando regionale della Calabria. Anche questo allegato viene decrittato, stampato e inoltrato all’ufficio competente. Il documento in formato Pdf rimane però salvato nel computer Cis, al quale si poteva accedere soltanto attraverso credenziali personali assegnate a un numero ristretto di operatori. Tra questi, evidenziano i giudici, non c’era Bretti.

L’accesso delle 15.41

Otto giorni dopo la prima ricezione della nota, il sistema registra un nuovo accesso. È il 12 dicembre 2017, alle 15.41. Il file viene nuovamente aperto e stampato utilizzando matricola e password del capo sala, Giovanni Faggiano. Quelle credenziali erano conosciute anche dagli altri militari, ma avrebbero potuto essere usate soltanto per sbloccare la postazione in caso di assenza del responsabile. Le verifiche interne della Guardia di Finanza stabiliscono che, quel pomeriggio, non si era verificato alcun problema che rendesse necessario lo sblocco. In servizio c’erano Faggiano, il vicebrigadiere Maurizio Gullotta e Bretti. I primi due, secondo quanto riportato nelle motivazioni, non avevano effettuato l’accesso, aperto il documento o stampato una copia. Per la Corte, la combinazione di questi elementi consente di attribuire al finanziere l’operazione compiuta alle 15.41 e la successiva divulgazione della nota.

Il documento letto da Rocco Anello

La seconda parte della traccia emerge dalle intercettazioni. Il 26 dicembre 2017, durante una conversazione con Monteleone, Rocco Anello mostra di avere tra le mani una parte del documento. «C’è un’indagine della Finanza che vennero da Roma», dice, prima di leggere alcuni passaggi della nota relativi alle famiglie ritenute interessate nel settore della grande distribuzione. Le successive indagini consentono di identificare il testo letto da Anello, ricostruirne la provenienza e accertarne la natura riservata. Gli investigatori risalgono così al documento arrivato nella sala operativa di Vibo Valentia e alla stampa effettuata attraverso il computer collocato nell’area protetta. Secondo la contestazione accolta dalla Corte, Bretti avrebbe rivelato ad Anello le notizie sull’attività investigativa in corso nel cantiere Eurospin, fornendogli una copia della nota riservata.

L’assoluzione in primo grado

Il gup aveva assolto il finanziere da questo specifico episodio, contestato al capo 126 bis, ritenendo che gli indizi raccolti, pur essendo molteplici e concordanti, non fossero abbastanza precisi per attribuire univocamente a Bretti la rivelazione. Il pubblico ministero aveva impugnato la decisione, sostenendo che la traccia informatica dovesse essere letta insieme agli altri elementi emersi sui rapporti tra il militare e gli esponenti della cosca Anello-Fruci. La Corte d’Appello ha accolto la tesi dell’accusa. Per i giudici, l’accesso non autorizzato, la presenza in servizio di Bretti, l’esclusione degli altri due operatori e la successiva comparsa del documento nelle mani di Rocco Anello compongono un quadro sufficiente per affermare la responsabilità dell’imputato.

«La Finanza non fa appostamenti»

La sentenza richiama anche altre informazioni che Bretti avrebbe condiviso con Anello sulle modalità operative della Guardia di Finanza. Durante una conversazione relativa a una perquisizione, il vertice della cosca spiega che i finanzieri non avrebbero effettuato appostamenti senza disporre di elementi sicuri. A riferirglielo, dice, sarebbe stato “Gardenia”, soprannome attribuito a Bretti. «La Finanza non ne fa appostamenti, me lo ha detto pure Gardenia», afferma Anello. Poi riporta il ragionamento che gli sarebbe stato riferito: «Noi andiamo in un posto quando è una cosa sicura, se no noi non facciamo perquisizione». Per i giudici, la comunicazione di notizie sulle tecniche d’intervento e sulle indagini avrebbe consentito agli esponenti della cosca di comprendere le mosse degli investigatori e predisporre le proprie difese. La divulgazione dei segreti avrebbe quindi fornito un contributo concreto alla capacità operativa del gruppo.

La pena sale a 12 anni e 8 mesi

In primo grado Bretti era stato condannato a 12 anni per gli altri reati riconosciuti dal gup e assolto dalla contestazione relativa al documento sull’Eurospin. Dopo avere accolto l’appello dell’accusa, la Corte ha applicato un aumento di un anno per la rivelazione della nota riservata. La pena complessiva è stata portata a 19 anni di reclusione, rispetto ai 18 calcolati per gli altri reati. La riduzione di un terzo prevista per la scelta del rito abbreviato ha determinato la condanna finale a 12 anni e 8 mesi. Sono state respinte, invece, le richieste difensive di riduzione della pena e di concessione delle attenuanti generiche. Secondo la Corte, la gravità dei fatti e la prolungata contiguità con gli esponenti degli Anello-Fruci, in particolare con il vertice Rocco Anello, non consentivano il riconoscimento del beneficio. Restano ferme le altre statuizioni contenute nella sentenza di primo grado. ([email protected])


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