Pubblicato il: 16/09/2026 – 8:30
di Giorgio Curcio
CATANZARO Mille euro per pagare un artigiano che aveva lavorato all’allestimento di un museo, altri cinquecento per finanziare una festa. Per la Corte d’appello non risultava dimostrato il collegamento tra quelle somme e l’esercizio delle funzioni pubbliche a vantaggio di Nicola Antonio Monteleone. Per la Procura generale, invece, le richieste di denaro andavano lette insieme alle conversazioni sulle gare boschive, agli interventi degli amministratori e alle fatture che l’accusa considera una copertura dei pagamenti. È uno dei contrasti al centro del ricorso firmato dalla sostituta procuratrice generale Raffaela Sforza contro la sentenza d’appello del processo “Imponimento”. In questo passaggio, la richiesta riguarda l’annullamento delle assoluzioni di Monteleone dalle contestazioni di corruzione (capi 17 e 19). Le vicende richiamano i rapporti con Alessandro Teti, all’epoca sindaco di Cenadi, e con il consigliere comunale Giovanni Deodato.
La lettura dell’appello
Nelle motivazioni riportate nel ricorso, la Corte aveva osservato che la somma richiesta da Teti appariva collegata a un evento-spettacolo comunale già svolto, al quale riferire la fattura, e destinata a opere collocate nel museo. Per i giudici, non emergeva una correlazione tra la promessa di denaro e l’asservimento delle funzioni pubbliche agli interessi di Monteleone nell’aggiudicazione delle gare. Una valutazione analoga riguardava i cinquecento euro promessi a Deodato per una festa: il contributo rientrava, secondo l’appello, nelle attività di finanziamento svolte periodicamente da Monteleone in favore dell’ente. Non risultava dimostrato che fosse il corrispettivo della posizione di favore assunta dal consigliere, del quale la Corte sottolineava anche l’assenza di una funzione formale da piegare agli interessi dell’interlocutore.
I mille euro e i discorsi sui tagli boschivi
La PG contesta questa separazione tra le somme promesse e le conversazioni sulle gare. Nell’incontro del 4 aprile 2017 richiamato nel ricorso, Teti e Monteleone parlavano di un lotto di castagno e di chi dovesse aggiudicarselo. È in quel contesto che il sindaco chiedeva: «Mi devi dare i soldi, che mi servono». Il denaro, secondo la ricostruzione dell’atto, doveva essere destinato all’artigiano che aveva collaborato all’allestimento del museo. Ma per la Procura generale la destinazione a un terzo non escludeva, da sola, l’ipotesi corruttiva. Il punto era stabilire se la promessa fosse collegata alla disponibilità a favorire Monteleone. A sostegno di questa lettura, Sforza richiama un successivo incontro, nel quale Teti parlava della necessità di «recuperarti qualche taglio» e proponeva un lotto di pini. La PG considera quelle parole una manifestazione di disponibilità a orientare le scelte dell’amministrazione. Il ricorso riporta anche una conversazione del 30 agosto 2017, nella quale Monteleone si vantava del proprio ascendente sul sindaco: «Gli dico al sindaco… fai così… e quello fa così». È un’affermazione dell’intercettato che l’accusa valorizza per ricostruire il rapporto, insieme agli altri dialoghi sulle procedure boschive.
Le fatture e il contributo per la festa
Un altro elemento di contrasto riguarda le modalità previste per giustificare gli esborsi. «Preparami la fattura che domani vengo a prendermela. Così faccio l’assegno e non ho problemi», diceva Monteleone a Deodato in una conversazione richiamata nell’atto, nella quale menzionava anche la questione del sindaco. Per la PG, le fatture costituivano uno strumento per schermare i pagamenti. Un rilievo formulato anche per i cinquecento euro destinati alla festa: se si trattava di una semplice sponsorizzazione, perché ricorrere a quella che l’accusa ritiene una fattura di copertura? La Procura generale insiste inoltre sulla collocazione temporale della richiesta, avanzata durante lo svolgimento della procedura amministrativa. Secondo il ricorso, le conversazioni documenterebbero interventi sui tempi dei bandi e contatti con Monteleone per concordarne la pubblicazione. Elementi che, nella lettura dell’accusa, non consentirebbero di considerare la domanda di denaro come un episodio separato dagli interessi sulle gare.
Il ruolo del consigliere
La PG contesta infine il peso attribuito dall’appello all’assenza di competenze formali di Deodato in materia di appalti. Il ricorso osserva che l’influenza politico-amministrativa può esercitarsi anche senza presiedere una commissione o adottare personalmente gli atti. Sforza segnala quella che considera una contraddizione: l’intervento del consigliere era stato ritenuto idoneo a turbare la procedura, mentre l’assenza di attribuzioni formali veniva richiamata per escludere la corruzione. Per l’accusa, occorreva invece valutare se quella stessa influenza fosse stata oggetto di uno scambio. È su questo collegamento che si concentra la richiesta di annullamento delle assoluzioni di Monteleone: per l’appello non era provato, per la PG emergeva dalla lettura complessiva dei dialoghi e delle condotte. Un contrasto che il ricorso sottopone alla Cassazione. ([email protected])
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