Negato il sucidio assistito a una mamma di 52 anni, la figlia Martina: «Era malata di Sla, chiedeva solo di poter morire»

Negato il sucidio assistito a una mamma di 52 anni, la figlia Martina: «Era malata di Sla, chiedeva solo di poter morire»
Negato il sucidio assistito a una mamma di 52 anni, la figlia Martina: «Era malata di Sla, chiedeva solo di poter morire»

di Antonio Pio Guerra e Martina Marinangeli

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sabato 5 settembre 2026, 02:05

ANCONA «Fa brutto pensare che una figlia possa accettare il desiderio di morire della madre, ma io stavo con lei h24. Potevo capire meglio di chiunque altro la sua sofferenza. L’ultimo giorno è stato straziante: se n’è andata nel giro di qualche istante, senza neanche poterci salutare. Un’ulteriore sofferenza gratuita». È passato quasi un anno, ma dai suoi ricordi, quei momenti drammatici non se ne andranno mai. Martina Lupini, di Ancona, è stata accanto a sua mamma Monia fino a quando la Sla non l’ha portata via a 52 anni per una crisi respiratoria. Era il 9 novembre 2025: undici giorni dopo, ci sarebbe stata la prima udienza del ricorso al Tribunale di Ancona per accedere al suicidio medicalmente assistito. «Per me e per mia madre ormai le cose non possono più cambiare, ma non ho mai smesso questa battaglia per restituire la libertà ai malati».

La storia

Una battaglia che combatte insieme all’Associazione Luca Coscioni, che ha assistito lei e Monia dal punto di vista legale nel calvario burocratico che si sono trovate davanti. Tutto inizia nel 2022, quando a Monia viene diagnosticata la Sla, che ha un decorso molto rapido: nel 2023 perde la capacità di deambulare; nel 2024 sono arrivate anche ipofonia (l’indebolimento patologico della voce), disartria (difficoltà a controllare i muscoli di bocca, lingua e diaframma) e difficoltà nella deglutizione. Perde l’uso di tutti gli arti, ad eccezione della mano destra.

«Mia madre la decisione l’ha presa molto prima che arrivasse negli stadi terminali della malattia: è morta mentalmente molto prima che fisicamente. Ogni giorno mi implorava: “Ti prego, basta”. La vita è libertà, non sentirsi schiavi del proprio corpo. Sono stati anni atroci, con la consapevolezza che non sarebbe potuta migliorare, ma solo stare sempre peggio». Così, ad aprile 2024, Martina e Monia depositano all’Ast di Ancona la richiesta di accesso al suicidio assistito. «Da quando abbiamo presentato la prima domanda, per un anno nessuno ci ha risposto.

Poi abbiamo coinvolto l’associazione Luca Coscioni, e allora si sono mosse le cose: a casa sono venuti il medico e lo psicologo, 3 giorni di interrogatorio. Hanno prodotto la loro relazione e l’hanno inviata al Comitato etico, che senza nemmeno incontrare mia madre, ha pronunciato il fatidico “no”. Per loro, mamma non era ancora attaccata ad un macchinario salvavita. Ma era certo che ci sarebbe arrivata, perché allungare questa sofferenza?».

Il pronunciamento negativo arriva a giugno 2025; a settembre parte il ricorso al Tribunale di Ancona. Prima udienza: il 20 novembre, ma Monia non ci arriverà mai. «Mia madre è morta con la diagnosi di Sla, la malattia si è presa tutto di lei. Accedere al suicidio assistito era un suo diritto». Martina non porta però rancore: «Non faccio la guerra a nessuno. I medici e la Regione hanno dimostrato grande disponibilità e abbiamo percepito la loro umanità. È un problema di sistema. Io giudico il sistema, che è sbagliato».

I criteri

Un sistema che ancora non ha dato seguito alla storica sentenza della Corte Costituzionale del 2019, successiva al caso di dj Fabo, accompagnato in Svizzera da Marco Cappato che poi è tornato in Italia e si è autodenunciato, rischiando dal 5 ai 12 anni di carcere. Ha stabilito che l’aiuto al suicidio non è punibile quando sono presenti quattro condizioni: la persona deve essere pienamente capace di intendere e di volere; deve essere affetta da una patologia irreversibile; deve trovarsi in una condizione di sofferenza fisica o psichica intollerabile; deve essere mantenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale. «La storia di Monia dimostra ancora una volta, perché è urgente l'approvazione della nostra proposta di legge regionale sul fine vita Liberi Subito - osserva Filomena Gallo, avvocata e segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni - Una legge pensata per garantire procedure chiare, affinché nessuna persona nelle condizioni individuate dalla Consulta sia costretta ad aspettare mesi o anni prima di ricevere una risposta dal Servizio sanitario». Per tutte le Monia d’Italia.

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