Raid russi in aumento del 130% sul porto, ma in spiaggia i turisti prendono il sole accanto alle postazioni antiaeree. Il reportage dalla città simbolo del Mar Nero che rifiuta di arrendersi alla paura
Ucraina – A Odessa tutto è normale, finché non lo è più. Da settimane l’oblast dell’Ucraina meridionale vive sotto la minaccia costante degli attacchi russi. La quotidianità continua, ma resta sospesa. L’offensiva della notte tra il 29 e il 30 luglio ha segnato però un nuovo cambio di passo. La Russia ha lanciato un attacco su vasta scala che ha colpito Kiev e raggiunto Leopoli, dove oltre venti missili da crociera hanno centrato aree residenziali, provocando la distruzione di diversi edifici. «Si tratta del primo attacco di notevole intensità a raggiungere l’Ucraina occidentale dallo scorso maggio», spiega un analista militare sul campo. Secondo l’esperto, l’operazione mostra un ritorno da parte della Russia al modello degli attacchi combinati su larga scala, con un impiego più contenuto di missili balistici rispetto alle settimane precedenti. Una scelta che potrebbe indicare «un temporaneo ridimensionamento delle scorte» di Mosca dopo un mese di utilizzo intensivo, oppure «una diversa priorità operativa», con la capitale Kiev in questa fase non più come unico obiettivo principale.
La normalità ostinata di Odessa
Anche Odessa, località balneare sul Mar Nero, resta però esposta agli attacchi. Da settimane le sirene antiaeree scandiscono le giornate, mentre missili e droni prendono di mira infrastrutture portuali ed energetiche, depositi di carburanti e imbarcazioni civili. «Rispetto a giugno – prosegue l’esperto -, qui i raid sono aumentati del 130%. La posizione della città e il ruolo strategico del porto, dove passano le esportazioni di grano e parte della logistica militare, espone la città a continui attacchi con droni Shahed, Banderol e missili balistici Iskander-M». Colpire Odessa significa mettere sotto pressione uno dei principali snodi economici e logistici dell’Ucraina, con ripercussioni sulle esportazioni, sui rifornimenti e sulla capacità del Paese di sostenere lo sforzo bellico. Ma gli effetti della guerra non riguardano solo gli obiettivi strategici. Anche il centro storico, coi suoi edifici e il suo patrimonio architettonico, resta vulnerabile ai raid. Eppure, tra le strade della città e il lungomare, Odessa continua a difendere una parvenza di normalità.

La città che sopravvive alla guerra
Gli stabilimenti balneari sono aperti, la spiaggia è affollata, ristoranti e bar del centro pieni. Per qualche ora, la vita dà l’illusione di aver ritrovato il suo ritmo. Un ritmo scandito dal suono improvviso delle sirene antiaeree e dalle regole della guerra. Il coprifuoco scatta alle 23. Un’ora prima i bar servono l’ultimo giro, poi le strade si svuotano. Un’abitudine forzata, forse un compromesso, il modo in cui la città da oltre un milione di abitanti ha imparato a convivere con la guerra senza rinunciare, per quanto possibile, a vivere. «Sono di Zaporizhzhia. Trascorro qui le mie vacanze. Il mare mi aiuta a combattere lo stress», racconta una turista mentre si scatta un selfie davanti al porto, appena colpito da un attacco russo. La nube nera è ancora visibile in lontananza, ma intorno tutto sembra immobile. Come in una fotografia.
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Tra il fumo dei missili e i selfie in spiaggia: la solita estate di Odessa
Almeno cinque o sei volte al giorno gli avvisi di allarme risuonano contemporaneamente sui telefoni dei residenti. Il messaggio è sempre lo stesso. Una voce automatica avverte: “Attenzione, allarme aereo, dirigetevi nei rifugi”. Ma molti ucraini, dopo quattro anni di guerra e abituati a seguire gli aggiornamenti sulla traiettoria dei missili, sostengono di riuscire a distinguere le situazioni più rischiose da quelle percepite come meno imminenti. «Siamo di Leopoli, eravamo già qui quando hanno attaccato la nostra città», racconta un gruppo di ragazzi in costume, pronti a tuffarsi in acqua davanti a una postazione mobile della difesa antiaerea montata su un veicolo, sorvegliata da circa sei militari in uniforme. «Siamo qui in vacanza, l’università è finita e anche noi vogliamo goderci l’estate». La paura degli attacchi sembra lasciare spazio alla routine. «Ci basta monitorare i gruppi Telegram per capire quando il pericolo è davvero concreto», ci spiegano.

A Odessa tutto è normale, fino al prossimo allarme
Tra i turisti c’è anche chi arriva dalla regione di Cherson, dove un attacco ha ucciso quattro persone nel pomeriggio di giovedì, e cerca di ritrovare una quotidianità perduta. «Sto provando a ricominciare a vivere. Prima del 2014 andavo al mare in Crimea, ora vengo qui», racconta una turista. A Odessa arrivano persone da tutta l’Ucraina, da Kiev e Dnipro, ma anche dalle zone più colpite dalla guerra. La città è oggi una delle poche destinazioni balneari ancora accessibili nel Paese. Dopo la bonifica di alcune aree dalla presenza di mine, diverse spiagge sono state riaperte al pubblico. Anche gli alberghi registrano una domanda elevata, con molte strutture già vicine al tutto esaurito per il mese di agosto. I prezzi, soprattutto negli hotel sul mare, possono raggiungere i 200 euro a notte. «Non è abitudine alla guerra – dicono i turisti -, ma il tentativo di non permettere al conflitto di occupare ogni spazio della nostra vita». È un’altra forma di resistenza. È la scelta consapevole di continuare a vivere mentre si attende la fine del conflitto, con la certezza che anche la guerra voluta da Putin avrà la sua fine. Perché, nonostante le sirene, gli attacchi e i droni, gli ucraini continuano a riempire i giorni sospesi. E a Odessa tutto è normale, almeno fino al prossimo allarme.
