Omicidio Tarna: Salvagno e Vescovo tra droga e paranoie. L'ex vigile dopo un mese ancora intossicato di cocaina: «Mi drogavo, al lavoro mi davo malato»

​MESTRE - «Ero stufo di tutto. Consumavo anche tre grammi a sera e la mattina dopo non potevo andare al lavoro, quindi mi mettevo in malattia, anche un mese filato». Riccardo Salvagno sarebbe vittima di una psicosi paranoidea con comportamenti antisociali, una condizione che lo accompagnava fin dall’età scolastica e che è stata pesantemente aggravata dalla sua cronica intossicazione da stupefacenti. Al punto che il 12 febbraio, un mese dopo il suo arresto, l’esame tossicologico mostrava ancora un valore di 12 mila nanogrammi di cocaina per milligrammo di capello. 
Andrea Salvagno invece presenterebbe un funzionamento mentale patologico caratterizzato da una compromissione significativa delle funzioni esecutive - era quindi incapace di valutare correttamente l’esito delle sue azioni - a cui si abbinerebbe una personalità dai marcati tratti dipendenti che lo rendevano, nei fatti, completamente assoggettato all’amico. «Pensavo che Salvagno con Tarna volesse parlarci e basta. Io non volevo neanche andare, quella sera, dicevo a Salvagno di portarmi a casa. Lui mi ha dato la pistola in mano e ha detto: “o con le buone o con le cattive Tarna deve salire in macchina”. Non capivo bene la situazione». Insomma, che sia per fragilità psichiche e caratteriali o per l’abuso di stupefacenti, nessuno dei due sarebbe stato perfettamente in grado di intendere e di volere la notte in cui è stato ucciso Sergiu Tarna. 

Il confronto

La seconda parte dell’incidente probatorio per valutare la possibile infermità mentale dei due arrestati per l’omicidio di San Silvestro ha passato il microfono ai consulenti di parte, dopo il controesame del dottor Carlo Schenardi - il perito scelto dal giudice. Se, un mese fa, il medico nominato dalla gip Claudia Ardita aveva dichiarato Salvagno e Vescovo in grado di rispondere dei loro gesti, ieri le relazioni delle difese sono arrivate a conclusioni opposte: nel confronto moderato dalla giudice Benedetta Vitolo i dottori Fabio Benatti e Marco Sartori - il primo chiamato dall’avvocato Guido Galletti per Salvagno, il secondo dal legale Fabio Crea, per Vescovo - hanno infatti attaccato la valutazione di Schenardi e insistito a lungo sulle debolezze dell’ex agente della Locale e sul suo complice.

Personalità patologiche

Sartori, descrivendo Vescovo, ne traccia il lungo percorso clinico che gli vede diagnosticato un disturbo ansioso depressivo fin dal 2011. Soprattutto, però, si sofferma sulle sue capacità di pianificazione e previsione, del tutto compromesse: il 38enne avrebbe difficoltà di giudizio, ragionamento e astrazione, in pratica non sarebbe in grado di prevedere l’esito delle sue azioni. E, di fatto, lasciava che fosse Salvagno a decidere per lui: lo spinetense avrebbe una marcata dipendenza da figure terze (lo si riconosce in ogni ambito della sua vita, dalla sua situazione economica e abitativa fino ai suoi trascorsi sentimentali), e infatti il rapporto con l’ex vigile era smaccatamente asimmetrico. Nella perizia del consulente di Crea si ripercorrono alcuni episodi in cui Salvagno - in linea con i propri deliri paranoidi, gli stessi che sarebbero esplosi a dicembre - se la prendeva con l’amico ogni volta in cui riconosceva in lui l’intenzione di allontanarsi o anche solo di opporglisi: «Mi prendeva da parte e mi diceva: “tu stai parlando male di me?”. Ha cominciato a riempirmi di parole, diceva che lo stavo tradendo perché allacciavo rapporti con persone quando dovevo magari minacciarle. Non capivo il motivo». Lo stesso meccanismo di coinvolgimento e intimidazioni è scattato dopo l’assassinio di Tarna: «Adesso sei mio complice, pagherai, sei fregato anche te - ha detto Salvagno a Vescovo, portandolo a casa - Vai dentro anche te, altrimenti mi sparo in testa. Se parli ti ammazzo, te e la tua famiglia». Quanto alle valutazioni di Schenardi, per i periti di parte c’è un grave errore metodologico: vengono elencati disturbi forse minori, ma senza considerarne gli effetti cumulati. E, per quanto riguarda la capacità di intendere e di volere, non si tratta di elemento categoriale (c’è o non c’è), ma può essere soggetta a una graduale compromissione. E questo, secondo Sartori, è il caso di Vescovo. La paranoia di Salvagno e il suo abuso di sostanze, invece, parlerebbero a sufficienza delle condizioni dell’ex vigile.