Trovatelo, un altro gruppo come gli Oasis: uno costretto a dover organizzare la prevendita mondiale del tour in modo inedito, per non sovraccaricare, com’era già accaduto, i server, ma – bontà loro – trasformando quello stesso sistema in un Hunger Games, con sorteggi, code e neanche la certezza di riuscire a prendere il biglietto. Di più, metteteci pure che i prezzi di per sé sono mostruosi, che il frontman di quel gruppo possa permettersi di sfottere chi, alla fine, per un motivo o per un altro, si è trovato a bocca asciutta, e che tutto questo, ai punti, sia assolutamente normale. No, dico: trovatelo.
E trovatene uno capace di esercitare tutto ciò su un pubblico adulto e trasversale, perché a vedere la reunion dei fratelli Gallagher ci vanno (= ci vogliono andare) tutti, dai reduci dell’epoca ai nostalgici del rock, fino alle nuove generazioni – altro che tribù targettizzate come, tra le varie, quelle di Taylor Swift. Risposta breve: non c’è.
Un mito che va oltre le canzoni
La verità è che gli Oasis non sono mai stati così popolari e desiderati. Certo, hanno vissuto i loro anni di gloria, da record, tra il 1994 e il 1998, quando di punto in bianco i Gallagher diventarono star planetarie (anche se negli Stati Uniti non sono mai stati un fenomeno di primissima fascia), ma lì comunque esprimevano lo spirito di un’epoca, della loro generazione. Appurato che i racconti di chi dice di averli visti davanti a diecimila paganti per poche decine di euro lasciano il tempo che trovano – era, comunque, un’altra stagione della musica dal vivo, e loro stessi si sono pentiti di non aver osato di più – il successo globale di una Wonderwall adesso, trent’anni dopo l’uscita, vale di più, giocoforza perché si trova in un terreno di caccia non suo e fa vittime anche tra i giovanissimi. Ma proprio l’essere arrivati intatti qui, complice lo scioglimento tra il 2009 e il 2024, senza nuova musica, ha contribuito a non sporcare il mito.
Che, insomma, ora splende più di sempre, con le canzoni che c’entrano solo in parte. O meglio: c’entrano nella maniera più funzionale possibile ad accrescere qualcosa che va oltre la musica. Si sono sempre definiti la più grande band della storia dopo i Beatles, grande ossessione – anche creativa – dei Gallagher: oggi possiamo dire che, tra i tanti, sono quelli che più si sono avvicinati a Lennon e McCartney per capacità di costruire brani universali, primitivi, in cui chiunque, già in termini di melodie, trova qualcosa di suo. Certo, non rivoluzionari come quelli dei loro maestri, ma anzi grandiosi ed elementari, con le stesse Wonderwall e Don’t Look Back in Anger dalle aperture ancestrali, in cui chiunque può trovare qualcosa di sé, di primitivo.
Il souvenir delle rockstar
Ma c’è anche altro, ed è tutto connesso. Su tutti, un immaginario da ultime rockstar. Ora che il genere – da intendersi come stile di vita – è in crisi, i fratelli Gallagher sono gli unici reduci di quel mondo a non sembrare fuori tempo pur non avendo subito aggiornamenti (oggi, per dire, i pochi gruppi rock sono molto più impegnati politicamente degli Oasis, mentre la sete di autodistruzione è stata assorbita dai rapper, con risultati, a livello di percezione di pubblico, tuttavia molto più autoreferenziali). Possono permetterselo, e pazienza se tutto questo – dopo decenni di eccessi che hanno minato la loro stabilità come gruppo e come fratelli, tanto da essersi fatti la guerra a vicenda – oggi si riduca a qualche tweet di Liam, al prurito per cui Noel, di punto in bianco, potrebbe far saltare un tour mondiale che, guarda un po’, tuttavia non salterà mai.
È ciò che evocano, in questo senso, a fare davvero la differenza, il miglior souvenir del rock in un mondo che vive il rock, appunto, solo come souvenir. E qui il merito è di come – pur senza parlarsi, pur odiandosi – abbiano valorizzato il brand in questi anni: compreso il documentario Supersonic (2016), se nel periodo solista le loro carriere non si sono tolte chissà quale soddisfazione, il giro di frecciate e tensioni da romanzo tra i due ha di per sé scatenato un’attesa quasi messianica sul loro ritorno, che di fatto è una pace tra fratelli (il che rende tutto ancor più romantico) e che, come tale, era probabile che prima o poi ci sarebbe stato.
Le canzoni – di nuovo, grandiose ed elementari – sono sia la porta d’accesso più facile, sia la migliore, a quest’immaginario. Non ingombrano, aprendo la strada anzi a milioni di fan neanche troppo affezionati – i conti non tornerebbero – ma per cui la riappacificazione dei fratelli Gallagher è un evento imperdibile, da centinaia di euro di spesa. E il fatto che loro, da lassù, se la ridano, è assolutamente coerente con l’immagine di ultime, vere rockstar. O con quello che, ecco, può essere un’ultima vera rockstar oggi.