Il riscaldamento globale è destinato a superare la soglia di 1,5 gradi Celsius dai livelli pre-industriali. Non è più una previsione ma una certezza, secondo quanto riportato dall’ultimo rapporto realizzato dal Programma dell’Onu per l’Ambiente. Nello studio Limiting Overshoot (Limitare il superamento della soglia), i ricercatori certificano che nei prossimi anni la temperatura del Pianeta supererà la soglia stabilita dall’Accordo di Parigi.
Ai tempi della sottoscrizione del trattato internazionale, nel 2015 con l’entrata in vigore l’anno successivo, l’obiettivo era considerato difficile ma possibile da raggiungere; adesso, invece, si ragiona solo per individuare il momento in cui i numeri sanciranno il fallimento di quell’intesa.
Lo scenario migliore vedrebbe l’aumento della temperatura media toccare un picco di 1,8°C rispetto all’epoca precedente l’industrializzazione. Ma, qualora le previsioni si rivelassero differenti, si potrebbe registrare uno sbalzo ancora peggiore, con le inevitabili conseguenze per la Terra e per chi la abita. Su questo punto, non c’è discussione per la scienza.
“Diventeranno più frequenti eventi meteorologici estremi, lo scioglimento dei ghiacciai, la perdita di ecosistemi e l’innalzamento del livello del mare”, si legge nel report. “Alcuni piccoli Stati insulari in via di sviluppo e città costiere a bassa quota potrebbero essere parzialmente o completamente sommersi”. E ancora: “I rischi di raggiungere punti di non ritorno aumenteranno: la salute umana, la sicurezza alimentare e idrica, le città e le infrastrutture saranno sottoposte a una pressione crescente”.
Non bisognerà più sorprendersi, dunque, dinanzi a catastrofi come quella avvenuta in Nepal poiché, sebbene gli effetti “non saranno distribuiti in modo uniforme”, si tratta delle derive di un ecosistema investito da una concatenazione di causa ed effetto. Che determinerà “alcune perdite irreversibili, anche se le temperature globali dovessero diminuire”.
Cosa dice il rapporto delle Nazioni Unite
L’ampia ricerca scientifica sul tema ha dimostrato che i rischi aumentano con ogni incremento di riscaldamento, quindi l’obiettivo a questo punto deve essere ridurre gli impatti per evitare gli esiti peggiori. “Ogni anno di riduzione della durata del superamento dei limiti di emissioni diminuisce l'esposizione. Ogni investimento nella resilienza preserva le opzioni future”, scrivono gli scienziati nel rapporto delle Nazioni Unite.
A frenare il tentativo di ripresa, però, è la realtà, nello specifico l’ottusità di leader che fossilizzano l’azione politica alla rendita immediata, invece di sposare una prospettiva di più ampio respiro. Una visione che non consente di correggere le ripetute deviazioni dai binari susseguitesi negli ultimi 50 anni. Passando in rassegna l’elenco dei firmatari dell'Accordo di Parigi, si nota come nessun Paese sia vicino a centrare i risultati auspicati nella riduzione delle emissioni di carbonio.
A guidare la locomotiva che corre verso il deragliamento sono gli Stati Uniti, tanto che nel gennaio 2025 Donald Trump ha rinnegato l’intesa, bloccando la crescita delle energie rinnovabili per spingere forte sullo sfruttamento di petrolio e gas. Allargando l’analisi geopolitica, inoltre, dalla Cina alla Russia, fino alla rampante India, è improbabile pensare a una rapida inversione di marcia collettiva in favore della crisi climatica. Proseguendo su questa linea, del resto, gli scienziati prevedono che il riscaldamento globale medio possa superare i 2,6 gradi Celsius entro il 2100.
Tuttavia, la speranza non è ancora andata persa, a patto di preparare le condizioni per un percorso di “superamento, picco e declino”. È la formula che sintetizza la migliore opzione rimasta nelle nostre mani: un percorso di lunga durata articolato in quattro fasi. All’aumento della temperatura globale segue la stabilizzazione al livello massimo raggiunto. Per invertire la rotta e tornare quanto prima sotto la soglia di 1,5 gradi Celsius, bisogna intervenire con una serie di azioni condivise su scala internazionale per mitigare il cambiamento climatico.
Dal taglio immediato e continuo delle emissioni di gas serra, alla rimozione dell'anidride carbonica dall'atmosfera e allo stoccaggio tramite rimboschimento. Guardando in faccia la realtà del momento, però, l’andamento climatico evidenzia che le emissioni di carbonio continuano ad aumentare, mentre le tecnologie per ottimizzarne la riduzione sono ancora a uno stato embrionale.
Tecnicamente, specificano gli scienziati, siamo ancora in tempo per evitare gli scenari peggiori, a patto che l’incremento delle catastrofi naturali (con morti e territori cancellati) convincano la coscienza dei leader mondiali a riscrivere l’elenco delle priorità, mettendo la salvezza del pianeta in cima alla lista.
Per aggrapparsi a un futuro migliore, intanto, bisogna prepararsi a un presente complesso, con il 2026 che si avvia a diventare l’anno più caldo mai registrato, prima di essere superato dal 2027. “Il caldo torrido, gli incendi devastanti e le inondazioni letali di questa estate sono un avvertimento di ciò che ci attende”, ha dichiarato il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres. E se neppure le ripetute tragedie faranno scattare l’allarme rosso, il resto della storia appare prevedibile e sconvolgente.
Nato il giorno in cui Vamos a la playa dominava le classifiche italiane e Total Eclipse of the Heart primeggiava negli Usa, a 10 anni ha deciso di fare il giornalista. Freelance per vocazione e latitanza di contratti, ha collaborato e collabora tuttora con tante testate occupandosi di tecnologia, sport, musica (elettronica), viaggi e attualità. Folgorato dai podcast, perché immaginare è potenzialmente più importante di vedere, colleziona auricolari, sciarpe calcistiche e, aspetto ben più rilevante, vivrebbe in infradito e anche per questo conta, prima o poi, di spostarsi definitivamente in Australia.
