Petrolio, la rivoluzione energetica Usa cambia gli equilibri mondiali

Dopo lo storico strappo degli Emirati Arabi quello del Venezuela? Il doppio colpo, che vale il 17% della produzione Opec, potrebbe davvero essere l'inizio della fine per il "cartello" internazionale del petrolio fondato sessant'anni fa. L'uscita di un paese fondatore (non ancora ufficiale ma data ormai per scontata dalle procedure in corso ricostruite da Bloomberg), di pari passo con l'avvicinamento di Caracas a Trump, certifica un cambio netto nella fotografia dei paesi "equilibratori" dei mercati energetici mondiali, tra produzioni da dosare e prezzi da correggere.

Dall'avvio del conflitto in Iran, la capacità della Cina di tagliare di netto la sua domanda di petrolio influenzando i prezzi, ha già scalzato di fatto Arabia Saudita e Opec dal tradizionale ruolo di "equilibratori" dei mercati globali del greggio. Ora l'affondo Usa sulle riserve di Caracas e il suo biglietto di uscita dall'Opec, mettono Riyad all'angolo. Un Venezuela libero di stabilire le quote di produzione (seppure con greggio "difficile"), e con un asse solido con gli Stati Uniti, rende infatti ancora più forte il ruolo dell'America di Trump, già da mesi diventata il più grande esportatore di petrolio al mondo, superando a destra colossi come Arabia Saudita e Russia. La stessa America di Trump, anche grazie alla guerra in Iran, l'effetto Hormuz e Ucraina, rappresenta oggi il più grande fornitore globale di greggio. E già questo traguardo segna un profondo capovolgimento per un Paese che soffrì pesantemente per l'embargo petrolifero arabo del 1973, imposto in risposta al sostegno degli Usa a Israele. Allora, lunghe code ai benzinai e difficoltà economiche segnarono la vulnerabilità energetica americana.

Oggi l'influenza Usa è un'arma geopolitica e pone le radici, per la verità, nella rivoluzione iniziata dopo il 2010, quando è esplosa la produzione di petrolio e gas da shale. Il Paese è diventato prima il primo produttore mondiale di gas. Poi il primo produttore di petrolio. L'eliminazione nel 2015 del divieto all'export, in vigore da 40 anni e legacy dell'embargo del 1973, ha spalancato le porte al greggio Usa sui mercati globali. A differenza dei Paesi Opec, però, dove sono i governi a controllare l'offerta, il boom Usa è guidato da società private che rispondono al mercato.

Di qui nasce il suo ruolo cruciale anche come esportatore globale di Gas naturale liquefatto. L'Europa, orfana del gas russo e da marzo anche del Gnl del Golfo, sta compensando il "buco" nelle forniture proprio con il Gnl americano (a caro prezzo). E ancora lo farà, se le produzioni Usa, in grande espansione, lo consentiranno.

Inutile dire che gli Stati Uniti rappresentano ormai da mesi il "fornitore di ultima istanza" anche dei prodotti raffinati che mancano soprattutto a quell'Europa che ha scelto di tagliare la sua capacità di raffinazione non più profittevole. Esportazioni americane record e raffinerie al 96% della capacità produttiva (contro una media storica tra il 70% e l'80%) finora hanno salvato anche le forniture a rischio di jet fuel e diesel. Fino a che punto, si vedrà, visto che anche le riserve americane sono ai minimi. Ma non è un caso se Trump sta lavorando al rinnovamento dell'infrastruttura di raffinazione del Paese, progettata in passato per trattare greggi pesanti. The Donald ha annunciato la costruzione della prima grande raffineria realizzata negli ultimi cinquant'anni. Il nuovo impianto in Texas lavorerà greggi leggeri provenienti dalle formazioni di scisto americane (potrà processare fino a 1,2 miliardi di barili di petrolio leggero di scisto e produrre 190 miliardi di litri di prodotti raffinati). Mentre le raffinerie attualmente in funzione sono ottimizzate per trattare greggi più pesanti provenienti da Canada, Messico e Venezuela. Ma altri impianti arriveranno. Di questo parlerà Trump il primo settembre con 10 raffinatori Usa nel vertice salva-prezzi. Tra Cina e Usa, dunque l'Arabia Saudita è destinata a un nuovo ruolo ai margini. Mentre l'Opec potrebbe perdere altri pezzi. Dopo le minacce dell'Iraq, altre mosse seguiranno. Ma del resto, anche l'aumento delle produzioni a settembre, con l'Iran ancora sotto attacco, rimarrà sulla carta, un'arma spuntata sui prezzi.

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