«L’introduzione dell’intelligenza artificiale è un cambiamento sociale, psicologico e cognitivo fondamentale, come l’invenzione della scrittura. A questo punto dobbiamo riflettere su come funziona e su come il sistema educativo può sfruttare questa possibilità». A sostenerlo è il professor Derrick de Kerckhove, sociologo di fama internazionale, esperto di cultura digitale, allievo e collaboratore di Marshall McLuhan, il noto studioso canadese pioniere della comunicazione di massa.
L’intervento
Il professore ieri è intervenuto alla cerimonia di apertura della sesta edizione della Ren (Reserch Education Network International Conference), che si è tenuta a Napoli, nella Sala dei Baroni del Maschio Angioino, organizzata dal Case (Center for Advanced Study in Education), Dipartimento di Scienze dell’educazione e dello sport dell’Università Pegaso. «Lavorando su questo argomento - ha spiegato de Kerckhove - ho capito che, quando chiedo qualcosa all’IA, la risposta deriva anche dal modo in cui viene posta la domanda, che contribuisce alla formazione della risposta. Cioè, l’intercontestualità tra macchina e uomo crea una situazione intermedia e, tra la domanda e la risposta, vi è un intervallo pieno di possibilità, così come accade nella fisica quantistica. Se l’insegnante comprende il funzionamento di questo dialogo, cambia il suo sistema di insegnare». E proprio l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei contesti educativi e la contemporanea salvaguardia del valore umano sono stati i temi al centro della Ren, che si chiuderà domani ad Ischia, e che rappresenta uno degli eventi più importanti del panorama nazionale per quel che riguarda i temi della ricerca educativa: una tre giorni che ha l’obiettivo di creare uno spazio di confronto strategico e indipendente sull’argomento.
L’edizione 2026, intitolata “Battiti algoritmici: l’educazione all’affettività ai tempi della quarta rivoluzione”, conferma e rafforza il successo delle passate edizioni con oltre 400 relatori provenienti da 50 atenei e 10 paesi rappresentati. «Se guardiamo agli Stati Uniti e ad altri paesi in cui l’intelligenza artificiale viene già utilizzata in modo significativo nelle classi, ci accorgiamo che alcuni dei concetti tradizionali di insegnamento e apprendimento sono oggetto di trasformazione: questo non significa ridurre la centralità dell’uomo, ma ripensare le tecnologie a beneficio di una formazione innovativa» ha affermato il Rettore dell’Università Pegaso, Pierpaolo Limone.
L’integrazione
Mentre il professor Francesco Peluso Cassese, ordinario di Didattica speciale e Ricerca educativa dell’ateneo telematico e presidente della Ren Conference, ha aggiunto: «La vera sfida si gioca sul terreno dell’empatia. L’integrazione dell’IA nei contesti educativi sta trasformando radicalmente le dinamiche relazionali: non si tratta più solo di alfabetizzazione digitale, ma di “digital affective literacy”, cioè alfabetizzazione affettiva digitale, ossia la capacità di navigare in modo critico ed emotivo le interazioni affettive mediate dai sistemi digitali».
Le tecnologie
Insomma, l’intelligenza artificiale è già tra noi e dobbiamo farci i conti. Anche perché «le nuove tecnologie potrebbero trasformare il lavoro in una dimensione qualitativa dell’impegno umano, capace di creare ulteriori opportunità. Per questo motivo, la ricerca pedagogica ed educativa merita di essere riportata al centro dell’attenzione sia dal punto di vista della società sia, più in generale, delle scienze» ha affermato Maurizio Sibilio, presidente della Fere (Federazione delle società scientifiche di ricerca educativa), che ha poi letto le motivazioni di un premio assegnato al sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, per il suo storico impegno nel settore dell’educazione. «La rivoluzione dell’IA attraversa tutta la società, quindi è importante che anche le politiche pubbliche siano capaci di utilizzare queste tecnologie abilitanti in una maniera inclusiva, per evitare che aumentino i divari. Anzi, per far sì che siano uno strumento per l’evoluzione» ha sottolineato Manfredi, che poi ha concluso: «A Napoli lo stiamo facendo nell’ambito delle nostre competenze scolastiche e formative, ma anche attraverso progetti come la Casa delle tecnologie emergenti, che ha l’obiettivo di migliorare i servizi pubblici attraverso l’innovazione».