La cava dei veleni e un iter giudiziario lungo oltre dieci anni. In attesa che la bonifica del Vallone San Rocco, tuttora in larga parte ferma al palo, diventi realtà, l’inchiesta che a più riprese ha portato sotto i riflettori della Procura l’imprenditore Bruno Sansone si arricchisce di un nuovo capitolo. Nessuno sconto patrimoniale per il re maranese del movimento terra.
L’ordinanza
L’ultimo colpo di scena porta la firma del tribunale del Riesame di Napoli, che sconfessando il precedente orientamento del giudice monocratico, davanti al quale il costruttore è oggi imputato per il reato di omessa bonifica, ha annullato l’ordinanza di dissequestro dei beni. A entrare in azione, ieri mattina, sono stati i militari del Nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza di Napoli, i carabinieri del Noe e gli agenti municipali dell’unità operativa Avvocata. Un’operazione muscolare, eseguita sotto il coordinamento del sostituto procuratore Giulio Vanacore e dell’aggiunto Antonio Ricci, culminata con il ripristino immediato dei sigilli per contanti, immobili e quote societarie dal valore complessivo di 3 milioni di euro. La cifra, calcolata dai periti dell'Ispra, rappresenterebbe il profitto illecito accumulato dal costruttore evitando di bonificare e mettere in sicurezza l’ex Cava Suarez, un’imponente voragine nel cuore del Parco Metropolitano delle Colline di Napoli, trasformata negli anni in uno sversatoio abusivo di rifiuti speciali, anche pericolosi, e veleni da demolizione.
Lo scontro
Le motivazioni dell’ottava sezione del Riesame presieduta dal giudice Enrico Campoli poggiano su una censura netta dell'operato del giudice di merito, che avrebbe agito in «palese violazione del giudicato cautelare». Quel vincolo reale da tre milioni di euro, infatti, non sarebbe stato un’ipotesi provvisoria, ma una misura d'acciaio già vagliata e blindata per ben sei volte dal Riesame, venendo cristallizzata anche dalla Cassazione. Senza che dall'istruttoria dibattimentale fosse emerso alcun elemento di novità, il giudice avrebbe così smontato il titolo genetico, reinterpretando l'ipotesi di reato dell'omessa bonifica e avventurandosi in cavilli civilistici su bilanci, utile d'esercizio, risparmio di spesa e schermature societarie. Un'impostazione aggredita dal Riesame, che accogliendo l’appello della Procura ha ritenuto che il profitto del reato ambientale va identificato esattamente nel vantaggio economico diretto ottenuto sottraendosi all'obbligo di bonificare il sito. E a fronte dell'incapienza del patrimonio personale dell'imputato, la scure del sequestro per equivalente ha colpito le società a lui riconducibili. I sigilli hanno quindi congelato disponibilità finanziarie, saldi di conti correnti, veicoli commerciali e autocarri per il movimento terra, ma anche quote societarie e diversi terreni tra i comuni di Napoli e Cassino. Al centro dell'inchiesta resta la controversa vicenda dell'ex Cava Suarez, la cui bonifica è oggi affidata alla vigilanza del Commissario straordinario di governo. Situata nel cuore del Vallone San Rocco e sottoposta a vincolo paesaggistico, nel lontano 2013 l’area era stata affidata all'imprenditore per interventi di ricomposizione morfologica e recupero ambientale.
Il piano
Un piano rimasto però sulla carta. La cava è stata infatti trasformata in una discarica abusiva di rifiuti speciali delle sue imprese. Gli accertamenti tecnici hanno stimato l'interramento illegale di una massa colossale compresa tra 146.000 e 176.000 metri cubi di veleni: scarti di demolizione, idrocarburi e metalli pesanti, che hanno devastato le matrici ambientali dell'area protetta. Secondo le stime di Arpac e Ispra, servirebbero tre milioni di euro soltanto per rimuovere appena 8.000 metri cubi di materiale inquinante. Ed è su questo fronte che l’imprenditore Sansone ha già patteggiato una condanna a 4 anni di reclusione, convertita in detenzione domiciliare, per inquinamento e disastro ambientale. Il sequestro da 3 milioni riguarda invece il filone dibattimentale per omessa bonifica. Una misura cautelare reale che la difesa potrebbe ancora impugnare ricorrendo in Cassazione.