Rider a Milano, il business delle patenti false create con l’AI e l’ombra del caporalato

I sistemi si stanno diffondendo soprattutto in seguito all’ordinanza del Comune che ha disposto lo stop alle consegne nelle ore più calde della giornata per i fattorini in bicicletta. Il sindacato: “C’è chi è disposto a pagare anche mille euro per creare account fasulli”

Una delle proteste dei rider milanesi, la Procura della Repubblica ha da tempo messo sotto la lente il settore

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Milano, 29 agosto 2026 – Le tariffe vanno da 200 a 1.000 euro a seconda dei servizi, gli intermediari gettano l’amo nelle chat frequentate dai rider e mettono in contatto con “facilitatori” che si trovano dall’altra parte del mondo.

Organizzazioni in grado di fornire, a pagamento, anche patenti contraffatte o immagini generate con l’intelligenza artificiale che attestano (falsamente) il possesso di una patente valida per circolare in Italia, e potersi così registrare alle piattaforme del delivery come fattorino in scooter.

L’ordinanza

I sistemi, come emerge da segnalazioni arrivate ai sindacati, si stanno diffondendo a Milano soprattutto in seguito all’ordinanza del Comune che, lo scorso 7 luglio, ha disposto lo stop alle consegne fino al 23 settembre nelle ore più calde della giornata, dalle 12.30 alle 16: i fattorini in bicicletta devono fermarsi, rimanendo quindi senza un reddito, mentre quelli in scooter o in auto possono continuare a circolare e quindi a lavorare.

“Nonostante le nostre richieste e gli scioperi – spiega Andrea Bacchin, sindacalista della Nidil-Cgil – non è stata introdotta alcuna forma di indennizzo per i rider che non possono circolare a causa dell’ordinanza. Queste situazioni portano anche alla diffusione di sistemi per forzare le regole: quando le piattaforme scoprono le irregolarità sospendono l’account del rider, e come sindacato abbiamo pochi margini di intervento. Tutto questo è il frutto di un modello che porta a caporalato e sfruttamento”.

Economia sommersa 

Un’economia sommersa che prospera sulla pelle dei lavoratori più poveri, con organizzazioni che si avvalgono di esperti di informatica in Paesi come l’India e il Pakistan, o anche a Dubai, in grado di creare con l’intelligenza artificiale, in cambio di denaro, qualsiasi tipo di documento.

Un mare dove nuotano anche truffatori e “sciacalli“, che magari spariscono dopo aver incassato il denaro. A fare da tramite sono intermediari, che nelle chat delle comunità straniere offrono aiuto per le pratiche burocratiche necessarie per aprire un account con le piattaforme, mettendo sul tavolo un “pacchetto completo“: per poter lavorare servono documento di identità, codice fiscale, permesso di soggiorno (per gli extracomunitari), documento di domicilio o residenza, attestato di titolarità del conto corrente, eventuale partita Iva e patente per chi circola in auto o scooter. E c’è chi è disposto a pagare fino a mille euro per cercare di ingannare il sistema, fornendo ad esempio la fotografia di una patente che in realtà non esiste o è intestata ad altri, con tutte le conseguenze immaginabili sulla sicurezza stradale.

La doppia faccia della tecnologia

Le tecnologie si rivelano così un’arma a doppio taglio, perché consentono di velocizzare i controlli ma anche di sviluppare trucchi sempre più sofisticati per ingannarli. Sempre nelle chat si diffondono consigli su applicazioni che consentirebbero, sempre grazie all’intelligenza artificiale, di beffare i sistemi di riconoscimento facciale introdotti dalle piattaforme per impedire gli scambi di account. E così i caporali digitali possono continuare a incassare un fiume di denaro, sulla pelle dei più poveri.   

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