Riuscire a vivere a “Nuova York” era una conquista. Nel 1924, erano aumentate le restrizioni americane sull'immigrazione dall'Italia e, nell'enclave di Little Italy, il quartiere dove si concentravano gli immigrati italiani, vivevano operai, facchini, scaricatori di porto, piccoli artigiani e commercianti insieme con chi si arrangiava alla giornata sperando di trovare un vero lavoro. Se a Elizabeth street si erano stabiliti i siciliani, a Mulberry street abitavano soprattutto i campani, in prevalenza napoletani. La nostalgia della patria era una costante, il dialetto una forma di riconoscimento, le immagini di santi e Madonne a bella mostra nelle misere case un marchio d'origine. Nella “Ferrara bakery” già dal 1892 si preparava un caffè espresso che ricordava le origini vesuviane. La star riconosciuta da quegli emigranti era l'attore italo-americano Eduardo Migliaccio, in arte Farfariello.
L'ORIGINE
Nella chiesa di Most Precious Blood si pregava dinanzi la statua di san Gennaro e, ogni 19 settembre, si aspettavano da Napoli notizie sull’esito del miracolo. In quel settembre del 1926, nel Duomo napoletano il cardinale Alessio Ascalesi annunciò la liquefazione del sangue alle 9,47 precise, dopo 40 minuti di preghiere. Il miracolo che, titolava “Il Mattino”, fu «felicissimo». Fu proprio quell'anno, guarda caso lo stesso della nascita dell'Associazione Calcio Napoli, che i napoletani di New York pensarono per la prima volta di organizzare una festa per il miracolo di san Gennaro. Raccolse un po' di soldi un trio di commercianti di Mulberry street: Alex Tisi, Donato Nappi e Michael Montanini, tutti titolari di bar-caffetterie. Un unico giorno di festa, il 19 settembre, all’altezza di due soli isolati, un po' di salsicce e fritti venduti dinanzi le botteghe, le scale anti incendio abbellite con luci colorate, la gente a fare festa cantando, le preghiere dinanzi la statua di san Gennaro principale attrazione nella chiesa del Most Precious Blood abbellita dalle opere e dai lavori artistici di Donato Buongiorno, immigrato da Solofra diplomato all'Accademia di Belle Arti di Napoli. Fu ben lieto di benedire quei volenterosi il parroco di allora, don Agostino Cioffi. Nasceva, anche a New York, la festa di san Gennaro, associata all'usanza di donare denaro per i poveri in cambio di cibo. Denaro esibito su nastri appesi alla statua.
Fu così un successo che Tisi pensò di fondare una società per trasformare la festa in avvenimento annuale: la “San Gennaro Napoli e dintorni”. L’appuntamento di Little Italy divenne così un riferimento, un potere di consensi e simpatie nel quartiere dove allora vivevano migliaia di immigrati meridionali. Era la celebrazione dell'identità, dell’indimenticata città d’origine un tempo capitale, che nel suo principale santo patrono aveva un riferimento eterno. Nei primi 20 anni, la festa arrivò a contare processioni di tremila persone, con 500 a cavallo, 150 carrozze, 18 bande musicali, 75 archi illuminati.
L’EVOLUZIONE
Da quel settembre 1926 è passato un secolo. Dal 17 al 27 di questo mese, si terrà la festa di san Gennaro a Little Italy, che celebrerà il centenario di questa manifestazione identitaria italo-americana negli Stati Uniti. La prima edizione si tenne in corrispondenza di due isolati di Mulberry street, quelle successive hanno coinvolto 16 isolati con una grande ruota panoramica, palco per le esibizioni, quasi 400 bancarelle e punti vendita di salsicce, fritti, pizze, zeppole, cannoli. Si guadagnò subito celebrità il giovane John Fasullo, con le salsicce grigliate offerte nel suo punto vendita. Sarebbe rimasto un'istituzione per oltre 56 anni. La festa crebbe di importanza e rilievo. Per parteciparvi, si organizzavano pullman di immigrati italo-americani provenienti da altri Stati statunitensi come l'Ohio e il Maine. Crebbe con cantanti, attrazioni, rituali. I programmi iniziavano, e iniziano, con la Messa in quella chiesa del Most Precious Blood diventata la cattedrale americana del culto di san Gennaro, con la custodia anche della reliquia di un po' di sangue raggrumato del santo ottenuto dai padri francescani che nel 1904 ultimarono la costruzione della basilica, succedendo ai padri Scalabriniani. Poi, la grande processione-parata, con la statua del santo portata fuori la chiesa e il seguito di migliaia di persone. Sulla statua, sempre i nastri con le offerte in dollari. E poi la banda, i sacerdoti, le autorità cittadine. Un momento iconico diventato ambientazione cinematografica in una serie di film famosi: da “Mean streets” di Martin Scorsese a due dei tre episodi della saga del Padrino di Francis Ford Coppola. Una festa radicata, avvenimento 100 anni fa destinato agli oltre 50mila napoletani che risiedevano a Little Italy.
Arthur Tisi, nipote del fondatore Alex, organizzò la festa nel 1982, a 56 anni di distanza dalla prima. Annunciò allora: «Non ci pieghiamo ai tempi, vedrete qui quello che fu visto dai nostri nonni». Quell'anno, si ricordò anche il centenario della nascita di una gloria italo-americana: Fiorello La Guardia, sindaco di New York. Per oltre 50 anni, Vincent Vinny Peanuts Sabatino fu famoso con la sua bancarella di torrone e noccioline. Alla sua morte per Covid, quell'angolo di Little Italy fu ribattezzato dai suoi eredi “Vinny Peanuts Sabatino Corner”. Dieci anni fa, fu istituita la gara per mangiatori di polpette in omaggio al ristoratore John Cha-Cha Ciarcia, un mago del genere. E nel 1959 fece notizia il tunnel di provolone di John de Lucia, titolare dell'omonima latteria. La festa è diventata un business, nonostante l’attuale scarsità di residenti italo-americani a Little Italy. Un'attrazione turistica, con alti fatturati realizzati nei punti vendita, raccolte di donazioni per i poveri, vetrina di spettacoli per celebrità locali in ascesa. Negli anni, tanti artisti italo-americani vi si sono esibiti, come Tony Danza, Chazz Palminteri, Steve Schirripa e Vincent Pastore. Non la disdegnava Frank Sinatra come Connie Francis, mentre da Napoli arrivò anche Mario Merola.
LE PAUSE
Oltre alla pausa nell'anno del Covid, sulla festa negli anni '90 si addensarono sospetti di interessi mafiosi nell'organizzazione. Vi furono indagini su esponenti della famiglia Genovese come dei Bonanno. A difesa della manifestazione si pronunciò nel 2007 il sindaco di New York, Michael Bloomberg. Oggi l'organizzazione è affidata a una società no profit: “I figli di san Gennaro”, che hanno dichiarato circa 550mila dollari di beneficenza versati in tre anni. Raccolgono le iscrizioni dei rivenditori che pagano per ottenere lo spazio vendita, le offerte per i poveri, gestiscono i rapporti con gli artisti e le autorità religiose e civili. Si occupano di garantire l'ordine pubblico, con accordi sulla sorveglianza assicurata dalla polizia. La festa è immagine di identità, a volte ostentata, la celebrazione di una comunità ideale che, con oltre 5 milioni di emigranti agli inizi del ‘900, ha contribuito allo sviluppo degli Stati Uniti. Una festa che compie 100 anni, in un quartiere oggi a maggioranza di residenti vietnamiti, nonostante le tramandate attività commerciali con prodotti italiani caratteristici gestite da discendenti di emigranti. Gli italo-americani in maggioranza vivono ormai in zone più ricche e appetibili, ma la festa a Little Italy resta evento di forte richiamo turistico, tradizione tramandata, testimonianza perenne dell'identità napoletana negli Stati Uniti. Le “lacreme napulitane” diventate ricchezza della storia americana.