San Paolo, caos embrioni: spunta una terza coppia

Una porta sbarrata e il sogno di avere un figlio che si sgretola sotto il peso di un silenzio assurdo. Tutto era pronto per il grande giorno. Dopo un primo tentativo non andato a buon fine, avrebbero effettuato il secondo transfer con uno altri due embrioni conservati. Appuntamento a inizio settembre, ma quando la coppia si presenta nel Centro di Procreazione medicalmente assistita del San Paolo si trova davanti a uno scenario imprevedibile. L’accesso al reparto è interdetto, nessun avviso, nessuna comunicazione preliminare: «Abbiamo chiesto spiegazioni persino alle guardie giurate, ma il nostro materiale biologico sembrava sparito nel nulla. Solo incrociando un’infermiera abbiamo scoperto che le blastocisti erano state trasferite a Pozzuoli ed erano sotto sequestro. Ci è crollato il mondo addosso». L’inchiesta chiamata a fare luce sulla sequenza di errori che ha portato una coppia a dare alla luce una bimba dal corredo genetico non compatibile con i genitori naturali si arricchisce di un ulteriore tassello. Una coppia rimasta per quasi un anno nel limbo è pronta a chiedere giustizia. Stesso discorso vale per un’altra coppia che pure da un anno attende chiarimenti sugli embrioni congelati al San Paolo. 

Un terzo caso 

Per comprendere l’angoscia di questa coppia bisogna riavvolgere il nastro all’estate scorsa. Il percorso comincia con le migliori premesse: al primo tentativo di fecondazione in vitro nascono tre blastocisti. Il primo transfer, eseguito a giugno, dà esito negativo. Ma restano altri due embrioni crioconservati, due speranze di vita affidate alle provette del centro Pma di Fuorigrotta. Quando però la coppia torna nella struttura di via Terracina - fino a quel momento un’eccellenza della sanità napoletana - per il secondo impianto, trova la porta sbarrata. «Nessuno - raccontano con rabbia e sconforto - ci ha messi al corrente. Siamo arrivati in reparto e abbiamo trovato tutto chiuso». Da quel momento inizia un’estenuante odissea puntellata di pec e telefonate a vuoto. A maggio dall’Asl arriva però un primo segnale: le blastocisti sarebbero rientrate al San Paolo, ma per toccarle o riprendere il percorso serve l’autorizzazione dei pm. L’orologio biologico intanto corre veloce: «Mia moglie ha 45 anni - spiega l’uomo - per noi ogni mese perso è irrecuperabile». Affidatasi a un avvocato di fiducia, la coppia ha così trascinato i vertici sanitari in tribunale e il giudice ha fissato un termine perentorio per il prossimo settembre: entro quella data l’azienda dovrà chiarire la fattibilità tecnica del percorso o restituire il materiale biologico. In caso contrario, i coniugi sono pronti a formalizzare una denuncia penale.

Lo sprint 

Sul principale fronte investigativo, intanto, si muove l’avvocato Francesco Petruzzi, il legale che assiste la prima coppia: quella che ha scoperto la mancata corrispondenza genetica con la bimba nata la scorsa estate. Il penalista ha formalizzato all’azienda sanitaria una richiesta di accesso agli atti per ottenere la copia integrale della cartella clinica, dei registri del laboratorio di embriologia e delle schede di tracciabilità della crioconservazione. Uno step fondamentale per setacciare la catena di custodia dei campioni e rilevare eventuali negligenze. Diversa, invece, la posizione della coppia rimasta nell’incertezza per i due embrioni congelati, che sta provando ad avere chiarimenti operativi. Su un binario parallelo, l’inchiesta coordinata dal pm Stella Castaldo e condotta dai carabinieri del Nas potrebbe subire presto un'importante accelerazione.