L'aveva scritto sulla maglietta pure Madonna, in quel videoclip di tanti anni fa: gli italiani lo fanno meglio. Oh yes. Siamo sportivi, forti, veloci, resistenti, sorridenti e vinciamo un sacco di medaglie. Ribaltando gli equilibri di un tempo, sorpassiamo potenze storiche d’Europa come Germania, Gran Bretagna e Francia. C'è un modello Italia nello sport, ormai è chiaro. Nel mondo l'hanno capito e ora provano a studiarci. L'ultima istantanea del Rinascimento italiano è degli Europei di atletica a Birmingham, col romano Benati che brucia al fotofinish il britannico Dobson nella 4x400, ossia la staffetta del miglio che per gli inglesi è la cosa più importante in assoluto: loro sostengono che riveli addirittura il livello di cultura sportiva di un paese. Ebbene, pure il miglio è cosa italiana ormai. Come il primo posto nel medagliere: la storia è fatta un'altra volta, e in questi anni è accaduto spesso, in tante discipline.
Perché c'è un modello italiano, proprio così. Lo studiano all'estero, ma è ben difficile da replicare perché è una cosa magnificamente nostra, come il nostro cielo, la nostra luce e il nostro cibo. È un mix di talento e fantasia, di organizzazione e professionalità, di contributo delle istituzioni politiche, sportive e dei gruppi militari, di associazionismo e di volontariato, di sapiente formazione dei tecnici e dei dirigenti; e di una generazione di ragazzi e ragazze, di italiani di prima e seconda generazione, a cui bisognerebbe rendere più meriti di quanti gliene si diano in genere: abbiamo un sacco di giovani formidabili, in questo paese. E assi dell’atletica leggera, per dire, che nonostante le cadute per infortunio dei califfi Jacobs e Furlani, vincono il medagliere degli Europei con 10 ori, 6 argenti e 6 bronzi mentre 20 anni fa esatti, Europei di Goteborg, l'Italia chiudeva al decimo posto con appena 2 ori e un bronzo. Una rivoluzione. E nel nuoto, l'altra disciplina nobilissima dello sport olimpico insieme all’atletica, la crescita è più o meno la stessa, visto che abbiamo chiuso gli Europei di Parigi con 43 medaglie e un solo oro in meno dei britannici.
Mentre nel 2023 lo sport è stato anche inserito nella Costituzione, a sancirne la fondamentale importanza nella crescita culturale italiana, lo spartiacque tra il prima e il dopo è l'anno 2021, quando l'Italia fa segnare il suo record di medaglie olimpiche a Tokyo (40, primato replicato a Parigi 2024) e in quell'anno siamo i secondi al mondo nel computo delle medaglie tra Olimpiadi, Mondiali e campionati continentali. Da lì non ci siamo fermati più, col modello Italia che coglie i frutti di un lavoro di anni. Di chi il merito? Di tutte le componenti. Del Coni, ovviamente, con le sue 50 federazioni affiliate e di un sistema che lavora in sinergia per garantire una preparazione in continuità degli atleti, con dei modelli funzionali alla loro crescita; c'è l'eccellenza dell'Istituto di Medicina e Scienza dello sport all'Acqua Acetosa a Roma, che studia le performance e i dettagli, fino alle gallerie del vento, ai materiali, alla postura, e ci sono i centri di preparazione olimpica per gli atleti. C'è l'Alta Scuola di Specializzazione olimpica dove si formano i tecnici e i dirigenti. E c'è la Scuola dello Sport dove si formano altri manager e altri tecnici sportivi: è sotto l'egida di Sport e Salute, l'ente statale creato nel 2018, non senza polemiche perché gestisce le risorse economiche che un tempo erano del Coni. Ma anche questo è stato un innesto che ha funzionato. Oltre a erogare i contributi allo sport italiano (344,4 milioni nel 2026), Sport e Salute ha una vasta attività di diffusione e promozione dello sport, creando in tutta Italia luoghi di aggregazione, riqualificando strutture, avvicinando le persone allo sport, o anche solo creando socialità. Ne è scaturito un aumento della popolazione fisicamente attiva (38 milioni di italiani) e un minimo storico di sedentari nel paese (33,2%), mentre a ogni euro speso per lo sport corrispondono 8 euro di benefici per la comunità. Quanto agli atleti, la loro formazione passa senz'altro dalle associazioni sportive e dal volontariato, che creano la base, e dalle scuole, che arrivano fin dove possono per un cronico problema di infrastrutture ma sono fondamentali per avvicinare i ragazzi allo sport. Poi c’è il lavoro delle federazioni sul territorio, per scovare anche nelle province più lontane i talenti emergenti, e anche lì ci vogliono tecnici preparati e lungimiranti. Infine un ruolo determinante per arrivare al salto di qualità lo rivestono da sempre i gruppi sportivi militari, un’unicità italiana. Tra Forze Armate, Carabinieri e Guardia di Finanza, oltre alla Polizia, si garantisce agli atleti un lavoro sicuro e la possibilità di allenarsi con professionalità: accade spesso di ascoltare, dopo una medaglia vinta, i ringraziamenti degli atleti per il proprio Corpo che li ha aiutati ad arrivare fin lì. Anche questa è una soluzione tipicamente italiana, difficilmente replicabile.
ADDIO TOTOCALCIO
È dunque un modello complesso e funzionante, il nostro, e finalmente disancorato dalla dipendenza dal calcio. Sono lontani i tempi in cui, dal 1948 al 2003, le schedine del Totocalcio finanziavano il Coni e la preparazione olimpica degli atleti. Da quando gli altri sport hanno cominciato a marciare da soli, sono decollati, e ora mietiamo successi anche nel tennis, nella pallavolo, nella ginnastica, negli sport invernali tutti (record storico di medaglie, 30, a Milano Cortina 2026), nella vela, persino in discipline neo-olimpiche come il flag football. Mentre il calcio com’è noto è rimasto al palo, prigioniero di una crisi etica e di valori da cui faticherà a uscire. A meno di terapie d’urto ideate dal nuovo presidente Figc Giovanni Malagò, che peraltro da presidente del Coni è stato tra gli artefici - e il frontman - della nostra rivoluzione sportiva. Del resto nel calcio basta giocare qualche partita in serie A per vedersi riconoscere subito ingaggi milionari e immeritati, anche a 18-20 anni. Negli altri sport, quelli che ora fanno gonfiare il petto all’Italia nel mondo, certi obbrobri non si vedono mai. E se fosse proprio vivere lo sport in purezza, senza guadagni milionari ma facendo leva soprattutto sulla passione e i valori, un altro segreto del nostro Rinascimento sportivo?
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