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- Social vietati a chi ha meno di 15 anni, la Francia fa da apripista in Europa. A settembre lo stop all’accesso. E in Italia?
Le piattaforme devono verificare l’età degli utenti e adeguare gli account esistenti. Dalla Spagna alla Danimarca, chi è pronto a legiferare

Social al centro del dibattito

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Milano, 27 luglio 2026 – La Francia ha compiuto un passo destinato a far discutere ben oltre i propri confini. Nei giorni scorsi il Parlamento ha approvato una legge che, a partire dal 1° settembre prossimo, vieta l’accesso ai social network ai minori di 15 anni. Le piattaforme saranno tenute a verificare l’età degli utenti e gli account già esistenti dovranno essere adeguati entro un periodo transitorio di alcuni mesi. Si tratta della prima normativa di questo tipo adottata in un Paese dell’Unione europea e rappresenta un cambio di prospettiva nella tutela dei più giovani: non si punta più soltanto a promuovere un uso consapevole della Rete, ma si introduce un vero e proprio limite legale all’accesso. L’obiettivo dichiarato è ridurre l’esposizione dei minori ai rischi connessi all’uso precoce dei social, dalla dipendenza digitale al cyberbullismo, fino alla diffusione di contenuti potenzialmente dannosi.
Tuttavia, non si tratta di un caso isolato. In tutta Europa il dibattito si sta rapidamente intensificando e diversi governi stanno valutando interventi analoghi. In Spagna è allo studio una riforma che innalzerebbe a 16 anni l’età minima per accedere ai social network, mentre la Danimarca ha annunciato l’intenzione di rafforzare le misure di protezione dei minori online, anche attraverso limiti più stringenti all’utilizzo delle piattaforme. Anche il Portogallo e altri Paesi europei stanno esaminando possibili modifiche legislative, nella convinzione che gli strumenti oggi disponibili non siano più sufficienti ad affrontare le nuove sfide poste dall’ambiente digitale. Pur con approcci differenti, emerge una tendenza comune: attribuire alle piattaforme una responsabilità sempre maggiore nella verifica dell’età degli utenti e nella tutela dei più giovani.
In ambito extraeuropeo il percorso era iniziato già nei mesi scorsi con l’Australia, primo grande Paese ad approvare una legge che vieta l’accesso ai social agli under 16 e impone alle piattaforme rigorosi sistemi di verifica dell’età. La scelta australiana ha avuto un forte impatto sul dibattito globale ed è stata seguita da altri Stati. Anche la Malaysia ha annunciato misure più severe per la protezione dei minori online, mentre nel Regno Unito il confronto politico resta molto acceso e si stanno valutando ulteriori restrizioni nell’ambito delle politiche di sicurezza digitale.
Anche in Italia il tema è ormai al centro del dibattito politico. In Parlamento è in discussione un disegno di legge che punta a rafforzare la tutela dei minori nella dimensione digitale, prevedendo il divieto di accesso ai social network prima dei 15 anni e introducendo obblighi di verifica dell’età a carico delle piattaforme. L’obiettivo è rendere più efficaci gli strumenti di protezione nei confronti dei ragazzi, limitando l’esposizione ai rischi della Rete e responsabilizzando le grandi aziende tecnologiche. Il testo potrebbe subire modifiche, ma il tema è ormai entrato stabilmente nell’agenda politica italiana, anche sulla spinta di quanto sta avvenendo negli altri Paesi europei.
Il crescente ricorso ai divieti divide però esperti, istituzioni e opinione pubblica. Da un lato c’è chi ritiene che i minori debbano essere maggiormente protetti da strumenti progettati per catturare l’attenzione e influenzare i comportamenti, con possibili conseguenze sul benessere psicologico, sulle relazioni sociali e sullo sviluppo cognitivo. Dall’altro, non mancano le perplessità: i divieti potrebbero essere facilmente aggirati attraverso profili falsi o strumenti tecnologici, mentre i sistemi di verifica dell’età sollevano interrogativi sulla tutela della privacy. Soprattutto, molti osservano che nessuna legge potrà sostituire il ruolo educativo della famiglia, della scuola e della società nel promuovere un uso consapevole delle tecnologie.
La sfida, quindi, non consiste soltanto nel decidere se vietare o meno l’accesso ai social ai più giovani, ma nel trovare un equilibrio tra protezione, libertà individuale, innovazione tecnologica e responsabilità educativa.
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