Tetto ai prezzi Eni su benzina e diesel: la mappa dei risparmi, il rischio sold out e chi resta escluso

Nadia Palazzolo
Foto archivio LaPresse

Lunedì 28 settembre scatta il tetto ai prezzi dei carburanti deciso dall'Eni: 1,990 euro al litro per la benzina e a 2,190 per il gasolio. Un "regalo" che i consumatori attendono, ma non sono solo rose e fiori. La mossa spiazza il mercato della distribuzione. Non tutti i benzinai che agiscono sotto l'insegna del cane a sei zampe sono felici della mossa dall'alto perché vedono ridurre i margini di guadagno, poi ci sono gli altri operatori e distributori che profilano problemi di concorrenza, i partiti di maggioranza riescono a litigare. C'è chi sottolinea che Eni in primis potrebbe avere problemi con le scorte davanti a un prevedibile picco di domanda. Infine i camionisti, che non godono del tetto ai prezzi, minacciano lo sciopero. Vediamo meglio cosa succede, chi ci guadagna e quali sono i problemi già all'orizzonte.

Come funziona il price cap

Facciamo un passo indietro. Eni (società controllata dallo Stato) ha stabilito che a partire dal 28 settembre 2026, in tutte le stazioni Enilive, la benzina non potrà superare 1,99 euro al litro e il gasolio i 2,19 €/l (circa 17 centesimi in meno rispetto alle medie correnti). Il blocco è previsto inizialmente per 30 giorni, con una possibile estensione fino alla fine dell'anno.

Eni ha 3.847 distributori sparsi per tutto il Paese, circa il 75% di proprietà, a gestione diretta o indiretta, i restanti sono "convenzionati", cioè distributori che hanno l'insegna Eni ed Enilive e che si impegnano a comprare i prodotti raffinati della compagnia che dà il brand. Devono attenersi ai massimali di prezzo stabiliti dalla compagnia per la modalità "self-service". C'è un primo problema. Se Eni abbassa il prezzo dei listini per i consumatori, ma non riduce proporzionalmente il prezzo di vendita all'ingrosso ai suoi benzinai, il costo dello sconto viene scaricato sui distributori, che vedono azzerarsi il loro margine fisso per litro. E poi i benzinai hanno già comprato i carburanti che venderanno lunedì, quindi hanno già fatto la spesa. Per questo le associazioni dei gestori protestano e chiedono tutele scritte. Eni - fa sapere l'azienda - provvederà alla compensazione dei costi che ne deriveranno.

Quanto costa lo sconto all'Eni

All'Eni il tetto potrebbe costare 100 milioni. In base ai dati dell'ultima semestrale 'vende in media 600 milioni di litri al mese a livello retail. Se venderà la stessa quantità "scontata", il costo sarà di 100 milioni solo per 30 giorni.

C'è poi il rischio "sold out". Facile pronosticare che i consumatori cercheranno i distributori Eni sapendo che benzina e diesel sono a minor prezzo. Il rischio è che Eni per prima esaurisca i prodotti, davanti al picco di domanda. Per quanto il colosso abbia certamente previsto simili scenari, ma non è possibile escludere problemi di rifornimento.

La concorrenza

Poi c'è il mal di pancia degli altri marchi. Che cosa faranno? I piccoli distributori "Anche azzerando i margini — lamenta Andrea Rossetti, presidente di Assopetroli-Assoenergia — non potremo mai scendere a quei prezzi. Consideriamo la misura dell'Eni distorsiva del mercato. Riuniremo il nostro comitato di presidenza per scrivere una lettera al governo. Oltre a mettere fuori mercato la concorrenza, l’iniziativa è anche insufficiente, a cominciare dal fatto che non riguarda l’extra rete".

Spada di Damocle

Il tetto ai prezzi di listino riguarda solo la distribuzione retail, il settore della pesca e dell'agricoltura e gli autotrasportatori hanno altri canali di rifornimento e sono esclusi. Quindi pagano a prezzo pieno. Per questo Assotir minaccia lo sciopero.

I partiti litigano

La decisione dell'Eni di mettere un tetto al prezzo dei carburanti per almeno un mese ha anche l'effetto di fare litigare la politica. La Lega ora chiede "un contributo importante dalle grandi banche". Forza Italia parla di decisione "lodevole" di Eni e si prende il merito: "Frutto della politica di FI. Se avessimo dato retta alle sirene della sinistra e anche a qualche spinta nel centrodestra, sarebbe entrato qualche soldo ma, tassando le imprese, avremmo spaventato i mercati", dice il vicepremier Tajani.